|

1° PREMIO Sez.Speciale
Poesia
DANIELA
COSTANTINI
La carezza di un
Angelo
Un vecchio
albero nel bosco
è tanto caro al
mio cuore.
Da un tempo
ormai molto
lontano
c’è scolpita una
data;
un tempo in cui
tutti i miei
sogni
erano colorati
di rosa
perché erano
sogni… sogni di
sposa.
Arrivammo in
quella radura
perché un Angelo
aveva già
scritto
il nostro
destino
e così sulla
dura corteccia
scolpisti la
data del nostro
primo incontro.
Son trascorsi
tanti anni e tu
ora hai Ali
d’Angelo.
Oggi, seguendo
invisibili orme,
son tornata in
quel sentiero
mai dimenticato
per ritrovare il
ricordo di quel
tenero amore.
Nel fruscio
delle foglie nel
vento
ho sentito una
lieve carezza…
un tocco gentile
mi ha sfiorato
leggero,
un tocco colmo
di antiche
memorie.
Con un brivido
accarezzo la
vecchia
corteccia
dove è scolpita
quella data
d’amore.
Vorrei poter
tornare indietro
nel tempo,
ma sento di
nuovo il tocco
dell’Angelo
che mi prende
per mano
sussurrando
dolcemente che
quel sogno
è ormai troppo
lontano.
Una cosa però
lui sa’…
sa che porterò
per sempre quei
momenti nel
cuore,
nel mio cuore
colorato di rosa
che cullava
sogni di sposa…
Ho riconosciuto
quel tocco
gentile
che la mano mi
sfiora: una
volta aveva
tanto vigore
e scolpì quella
data… quella
data d’amore.

2° Premio
Antonio Covino
‘na jurnata nova
Ogge è ‘na
jurnata nova
vulesse j’ a
truvà a mammà,
spero tanto ca
nun chiove
o si no comme se
fa.
Addò è ghiuta mo
‘e casa
ce sta sulo
cielo apierto,
cu ‘o profumo
d’’e mimose
però essa sta ô
cupierto.
Nu viale ‘e
urmetelle,
e de cércole
addirose,
songo tutte
casarelle
ca me pareno
pertose.
Tutte rose
attuorno
attuorno
e giardine
culurate,
sta esposta a
miezz’juorne
ma è nu poco
ventecata.
Si nun fosse p’
‘o cipresso
e pecchè me vene
‘o chianto,
mamma mia nun ce
paresse
ca sta ‘e casa ô
campusanto.

3° Premio
Lara Zen
P|R|I|G|I|O|N|E
Ascoltare il tuo
silenzio
nella monotona
quiete
di un giorno
qualunque
fra parole mai
dette,
allusioni
scoperte..
Calare il
sipario
su ricordi
sbiaditi,
dar voce ai
rimpianti,
soffocare i
rimorsi…
e ritrovare in
una fotografia
gli attimi
perduti
di una mai
scritta poesia.
Mentre i ricordi
mi legano al
letto,
inchiodata
a fissare un
soffitto
che si fa
sempre più
vicino
quasi a
soffocare
ogni mio ingenuo
pensiero.
E volano nel
vento
fotogrammi
ingialliti,
echi di voci
ormai lontane,
vola il mio
amore
che più non ha
un cuore dove
approdare.
E vola via
anche la
speranza
che affido ormai
solo alla divina
provvidenza.

1° PREMIO Sez.
Narrativa
Speciale
Maria Giovanna
Tarudda
E sono sessanta
E sono sessanta.
Ventunomilanovecento
giorni, uno
sull’altro, a
partire da
quello, di fine
febbraio,
quando, in un
mattino di cielo
nevoso, ho
aperto gli occhi
sul mondo
salutata dal
sorriso
inappagato di
mia madre,
scontenta di
quel parto che
non le aveva
dato il maschio
sospirato. Quel
sorriso deluso
sembra avermi
scortato per
tutta la vita.
Potessi
ricominciare
daccapo sapendo
tutto ciò che
oggi so! Lo so
che non è
possibile, ma è
quello che mi
dico quando sono
costretta a
prendere atto
che la vita mi
ha addestrato
alla delusione.
Eh, sì, perché
io da piccola
non ero così,
amara con me
stessa e con gli
altri,
ingenerosa e
apatica. Ero una
bambina
ubbidiente e
tranquilla,
accomodante e
allegra. Non
volevo
cancellare del
tutto il sorriso
stentato di mia
madre, contenta
di questa figlia
che rivelava la
gioia cantando a
squarciagola,
gli occhi persi
dietro sogni
lievissimi, per
lei delle
chimere: tutta
la mia esistenza
si sarebbe
snodata come
nastro vaporoso
in un cielo di
seta. Ero
contenta di
essere al mondo
nonostante le
privazioni e le
ristrettezze.
Non mi
toccavano.
Spettava a mia
madre
angustiarsene,
il mio compito
era quello di
non crearle
problemi. Per
questo ero
sempre
arrendevole e
rispettosa,
docile anche se
i rospi pesavano
in gola. Mi
sforzavo di
essere, in ogni
occasione,
esattamente
quello che lei
si aspettava.
Capivo
istintivamente
che cosa voleva
da me e mi
conformavo.
Anche troppo,
anche da adulta,
e questo è,
probabilmente,
all’origine
dell’avvilita
scontentezza che
oggi fa
compagnia ai
miei giorni
velati. Può
darsi che la
memoria mi
giochi qualche
scherzo, ma,
davvero, i miei
primi dieci anni
s’affacciano
alla mente senza
che una nube ne
oscuri lo
splendore. E’
probabile che
non sia andata
esattamente
così, forse
preferisco
ricordare solo
il buono che c’è
stato e
cancellare tutto
il resto.
La fanciullezza.
Eh, già, la
fanciullezza. Un
misto di
eccitazione
smaniosa, di
malinconie
improvvise, di
ansie
impazienti.
Ricordo
l’inquietudine,
la curiosità, lo
smarrimento per
la scoperta del
mio corpo che,
assecondando
leggi che non
conoscevo,
m’imponeva un
inatteso
inspiegabile
cambiamento.
Confusa, non
sapevo se
esserne
orgogliosa. Mi
sentivo molto
vulnerabile. Mi
vergognavo dei
rossori
improvvisi e
degli sguardi
obliqui sul mio
seno nascente.
Tarpavo tutto,
seno e
sentimenti,
sotto vestiti
ampi e un’aria
disinvolta. Ma
bruciavo,
dentro, di
piacere e di
pudore:
m’inorgogliva
vedere che il
mio corpo
accendeva uno
sguardo ma
quando questo si
faceva
insistente e
indiscreto
sentivo uno
sgradevole
imbarazzo che mi
spingeva a
comprimere quei
rigonfi
incontenibili.
Solo col tempo
ho imparato ad
accettarli,
compiaciuta,
anzi, del mio
corpo,
improvvisamente
conquistato da
una sinuosa
morbidezza.
All’epoca, il
mio orizzonte
era solo rosa:
l’amore, i
figli, un
matrimonio
felice, una
larga cerchia di
amici. In più,
la tranquillità
economica, i
viaggi, i
divertimenti…
tutto quello,
insomma, che mia
madre, domata da
un destino
ingordo di
rimpianti, non
aveva avuto. In
parte, e da
principio, è
stato proprio
così, ma, ora,
eccomi qui, a
distanza di
sessanta anni da
quel gelido
giorno di fine
febbraio, a fare
i conti con la
solitudine ed i
miei cospicui
fallimenti. Che
cosa non ha
funzionato, se
ho applicato le
regole,
nonostante
l’istinto mi
suggerisse il
contrario? Ho
avuto quasi
tutto: un
marito, un
figlio, amici.
Lo studio mi ha
affrancato dalla
povertà,
l’intelligenza e
la curiosità
dall’ignoranza.
L’amore, o
quello che ho
scambiato per
tale, mi ha dato
l’illusione
della felicità.
Con tutti sono
stata, senza
sforzo
apparente,
paziente,
ragionevole,
premurosa e
cordiale. E,
tuttavia, oggi
sono qua, sola,
a festeggiare
(festeggiare?) i
miei sessant’anni
lottando con i
rimpianti,
ragionando sugli
errori, contando
il tempo che mi
resta, limitato
e improduttivo
rispetto a
quello ormai
consumato,
traboccante di
opportunità,
eluse per star
dentro i
parametri di
un’esistenza
assennata.
Donna, non
potevo che
sposarmi e fare
figli. Donna,
non potevo che
essere moglie e
madre,
disponibile per
tutto e con
tutti. La
professione,
invece, solo un
optional, al
quale dedicarmi
nei vuoti del
tempo consacrato
alla famiglia.
Ma ci sono, per
una donna, tempi
vuoti, in
famiglia? Un
peccato è
all’origine
della mia
condizione, il
peccato della
mortificazione
spinta
all’estremo, per
compiacere gli
altri, negandomi
deliberatamente
percorsi poco
comuni che mi
avrebbero
portato in
un’altra
direzione. Pur
con l’intima
aspirazione alla
diversità,
pensavo che
adattarsi fosse
la strada giusta
per riprodurre
in famiglia
l’agiato tepore
delle case
borghesi. E,
invece, tutti,
per anni, hanno
fatto man bassa
di una
disponibilità
accordata
insensatamente.
Dopo, era troppo
tardi per
ribellarmi.
Chiudevo occhi e
bocca davanti
all’egoismo e
all’invadenza,
consentendo che
tempo ed
energie,
desideri e
sentimenti,
progetti ed
ambizioni
fossero divorati
da chi
furbescamente
riteneva dovuta
la mia
condiscendenza.
Tiravo avanti
assestando il
mio ritmo e la
mia volontà su
quelli altrui,
mentre
l’insoddisfazione
montava come
panna. Allevata
nel culto della
dedizione e del
decoro, temevo
lo scandalo,
l’instabilità,
la riprovazione.
Non potevo
sfasciare tutto
in nome di una
sofferenza che
nessuno avrebbe
capito. Che cosa
mi mancava?
Avevo tutto: una
famiglia, un
lavoro, la
tranquillità
economica, un
certo prestigio
sociale. E,
tuttavia, non
ero felice. Non
era colpa di
nessuno, la mia
segreta
irrequietudine;
era solo mia, la
responsabilità
del rifiuto a
dissentire, a
rivendicare
spazi che, per
quieto vivere,
avevo ceduto a
chi mi stava
intorno. Io,
avevo voluto
quella vita
rinunciataria,
ingannata da un
miraggio cui mi
sforzavo di dare
consistenza. Ma,
alla fine, lo
scontento mi ha
fatto a pezzi,
obbligandomi ad
una resa dei
conti spietata:
se volevo stare
bene, dovevo
riprendermi la
vita, scremare,
scegliere,
dividere il
grano dal loglio
di un’esistenza
giocata sul
fraintendimento,
mio e degli
altri. Era
quello che avrei
dovuto fare fin
da principio,
togliendomi la
maschera
dell’indulgenza
e
dell’amabilità,
impedendo a muso
duro
interferenze ed
abusi, anche se
non sapevo
quanto mi
sarebbe costato.
Questo dovevo
fare, se volevo
salvarmi. Potevo
farcela ancora,
se imparavo a
riprendermi il
credito che
avevo svenduto
per paura di
censure e di
conflitti, se
praticavo,
infine, un sano
egoismo
chiudendo i
varchi lasciati
incustoditi.
L’ho fatto e ho
pagato più di
quanto ero
disposta, perché
nessuno ha
capito che avevo
scelto di uscire
dal ghetto
dell’ipocrisia e
della
rassegnazione.
Basta
ubbidienza,
indulgenza,
buone maniere;
basta con un
matrimonio che
di bello aveva
soltanto la
facciata, con
un figlio
incapace di
crescere, con
amici solleciti
quando tu
sorridevi,
refrattari al
pianto e alla
compassione. La
mia improvvisa
svolta, è
apparsa a tutti
una rivolta
assurda,
ingiusta,
gratuita. Ho
sentito intorno
a me il
disorientamento,
l’incredulità,
l’incomprensione.
La verità non è
mai gradita,
così come non lo
è
l’insubordinazione.
Si ha paura
dell’una e
dell’altra, come
si ha paura di
guardarsi
dentro. Così,
intorno a me si
è fatto il
deserto:
riprovazione e
diffidenza sono
tutto quello che
ho guadagnato
dalla mia
rivolta. Gli
amici, eh!, gli
amici, sono
volati via per
imbarazzo o
paura, come uno
stormo di
passeri in fuga
dalla grandine:
rappresentavo
una miccia, un
esempio
pericoloso per
equilibri a
prima vista
saldi, almeno
quanto lo era il
mio prima che
decidessi di
farlo saltare.
Hai voluto la
bicicletta? - mi
è stato detto –
Pedala, ora.
Da ragazza
sognavo
l’imprevedibile
e l’emozione.
Per tutta la
vita ho cercato
l’uno e l’altra
seguendo le orme
su un tracciato
prestabilito,
incapace di
capire che
proprio in
questo stava il
malinteso. Non
si può inseguire
l’imprevisto
affidandosi alla
logica di uno
schema
precostituito o
calcando
impronte che non
ti appartengono.
Meglio avrei
fatto a
inventarmi le
mie, ignorando
paure e
prudenza. C’è
una
consolazione,
però, in tutto
questo ed è
constatare che
non ho
sbagliato,
stavolta,
scegliendo la
libertà che
tante donne
vorrebbero
raggiungere.
Quanta miseria
in certe vite,
in certe unioni
schiacciate dal
peso
dell’impostura e
del conformismo!
La mia
eccentrica
posizione mi ha
regalato il
privilegio di
ascoltare le
confidenze di
donne avvilite
che, timorose di
un futuro
incerto, dello
scandalo e dei
pregiudizi, o
sedotte da un
benessere al
quale non
riescono a
rinunciare,
hanno accettato
l’ingiuria di
un’esistenza
appiattita,
senza spiragli,
disamorata. Non
ne gioisco ma mi
conforta sentir
filtrare tra le
parole il loro
rispetto per il
mio coraggio.
Oggi, però,
dalla soglia
della mia totale
autonomia e dei
miei disabitati
sessanta anni
che aspettano
disillusi il
castigo della
vecchiaia, mi
chiedo se ha
avuto più
ragione e merito
chi, in virtù
della sua resa
alla prudenza e
alla tolleranza,
gode della
grazia di una
compagnia, di un
sorriso amico,
di una parola
affettuosa, o
io, sola e
libera in questa
casa affollata
di cose,
prigioniera di
un silenzio
massiccio, di
mattine inerti,
di giorni senza
sapore, di anni
senza orizzonte.
Confesso che non
lo so, non lo so
proprio.

1° PREMIO SEZ.
Narrativa
Emergenti
Michele Vaccaro
Campioni del
mondo
La diciottesima
edizione dei
campionati
mondiali di
calcio
s’appresta ad
aprire le sue
cosmopolite
danze sotto i
peggiori auspici
per quanto
concerne i
colori
nazionali.
Lo scandalo di
Calciopoli,
abbattutosi come
una valanga
inarrestabile
sull’ambiente,
fa presagire
oscure trame di
ritorsione nei
nostri confronti
da parte dei
signori in
doppio petto che
governano il
calcio
internazionale;
personaggi
ambigui, da
sempre custodi
intransigenti di
valori assoluti
quali onestà,
lealtà,
irreprensibilità
in campo e
fuori.
Tranne quando si
tratti di
gonfiare il
proprio conto in
banca, vero
mister Joseph
Blatter,
presidente della
F.I.F.A.,
compassato
gentiluomo
elvetico dal
cognome troppo
simile ad una
blatta per
essere casuale?
Ma, si sa, les
affaires sont
affaires, nella
vita bisogna
operare le
opportune
distinzioni, che
diamine, siamo
adulti e
vaccinati; lo
sport è mosso
dal denaro
frusciante, non
dalle favolette
|