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1° PREMIO Sez.Speciale
Poesia
DANIELA
COSTANTINI
La carezza di un
Angelo
Un vecchio
albero nel bosco
è tanto caro al
mio cuore.
Da un tempo
ormai molto
lontano
c’è scolpita una
data;
un tempo in cui
tutti i miei
sogni
erano colorati
di rosa
perché erano
sogni… sogni di
sposa.
Arrivammo in
quella radura
perché un Angelo
aveva già
scritto
il nostro
destino
e così sulla
dura corteccia
scolpisti la
data del nostro
primo incontro.
Son trascorsi
tanti anni e tu
ora hai Ali
d’Angelo.
Oggi, seguendo
invisibili orme,
son tornata in
quel sentiero
mai dimenticato
per ritrovare il
ricordo di quel
tenero amore.
Nel fruscio
delle foglie nel
vento
ho sentito una
lieve carezza…
un tocco gentile
mi ha sfiorato
leggero,
un tocco colmo
di antiche
memorie.
Con un brivido
accarezzo la
vecchia
corteccia
dove è scolpita
quella data
d’amore.
Vorrei poter
tornare indietro
nel tempo,
ma sento di
nuovo il tocco
dell’Angelo
che mi prende
per mano
sussurrando
dolcemente che
quel sogno
è ormai troppo
lontano.
Una cosa però
lui sa’…
sa che porterò
per sempre quei
momenti nel
cuore,
nel mio cuore
colorato di rosa
che cullava
sogni di sposa…
Ho riconosciuto
quel tocco
gentile
che la mano mi
sfiora: una
volta aveva
tanto vigore
e scolpì quella
data… quella
data d’amore.

2° Premio
Antonio Covino
‘na jurnata nova
Ogge è ‘na
jurnata nova
vulesse j’ a
truvà a mammà,
spero tanto ca
nun chiove
o si no comme se
fa.
Addò è ghiuta mo
‘e casa
ce sta sulo
cielo apierto,
cu ‘o profumo
d’’e mimose
però essa sta ô
cupierto.
Nu viale ‘e
urmetelle,
e de cércole
addirose,
songo tutte
casarelle
ca me pareno
pertose.
Tutte rose
attuorno
attuorno
e giardine
culurate,
sta esposta a
miezz’juorne
ma è nu poco
ventecata.
Si nun fosse p’
‘o cipresso
e pecchè me vene
‘o chianto,
mamma mia nun ce
paresse
ca sta ‘e casa ô
campusanto.

3° Premio
Lara Zen
P|R|I|G|I|O|N|E
Ascoltare il tuo
silenzio
nella monotona
quiete
di un giorno
qualunque
fra parole mai
dette,
allusioni
scoperte..
Calare il
sipario
su ricordi
sbiaditi,
dar voce ai
rimpianti,
soffocare i
rimorsi…
e ritrovare in
una fotografia
gli attimi
perduti
di una mai
scritta poesia.
Mentre i ricordi
mi legano al
letto,
inchiodata
a fissare un
soffitto
che si fa
sempre più
vicino
quasi a
soffocare
ogni mio ingenuo
pensiero.
E volano nel
vento
fotogrammi
ingialliti,
echi di voci
ormai lontane,
vola il mio
amore
che più non ha
un cuore dove
approdare.
E vola via
anche la
speranza
che affido ormai
solo alla divina
provvidenza.

1° PREMIO Sez.
Narrativa
Speciale
Maria Giovanna
Tarudda
E sono sessanta
E sono sessanta.
Ventunomilanovecento
giorni, uno
sull’altro, a
partire da
quello, di fine
febbraio,
quando, in un
mattino di cielo
nevoso, ho
aperto gli occhi
sul mondo
salutata dal
sorriso
inappagato di
mia madre,
scontenta di
quel parto che
non le aveva
dato il maschio
sospirato. Quel
sorriso deluso
sembra avermi
scortato per
tutta la vita.
Potessi
ricominciare
daccapo sapendo
tutto ciò che
oggi so! Lo so
che non è
possibile, ma è
quello che mi
dico quando sono
costretta a
prendere atto
che la vita mi
ha addestrato
alla delusione.
Eh, sì, perché
io da piccola
non ero così,
amara con me
stessa e con gli
altri,
ingenerosa e
apatica. Ero una
bambina
ubbidiente e
tranquilla,
accomodante e
allegra. Non
volevo
cancellare del
tutto il sorriso
stentato di mia
madre, contenta
di questa figlia
che rivelava la
gioia cantando a
squarciagola,
gli occhi persi
dietro sogni
lievissimi, per
lei delle
chimere: tutta
la mia esistenza
si sarebbe
snodata come
nastro vaporoso
in un cielo di
seta. Ero
contenta di
essere al mondo
nonostante le
privazioni e le
ristrettezze.
Non mi
toccavano.
Spettava a mia
madre
angustiarsene,
il mio compito
era quello di
non crearle
problemi. Per
questo ero
sempre
arrendevole e
rispettosa,
docile anche se
i rospi pesavano
in gola. Mi
sforzavo di
essere, in ogni
occasione,
esattamente
quello che lei
si aspettava.
Capivo
istintivamente
che cosa voleva
da me e mi
conformavo.
Anche troppo,
anche da adulta,
e questo è,
probabilmente,
all’origine
dell’avvilita
scontentezza che
oggi fa
compagnia ai
miei giorni
velati. Può
darsi che la
memoria mi
giochi qualche
scherzo, ma,
davvero, i miei
primi dieci anni
s’affacciano
alla mente senza
che una nube ne
oscuri lo
splendore. E’
probabile che
non sia andata
esattamente
così, forse
preferisco
ricordare solo
il buono che c’è
stato e
cancellare tutto
il resto.
La fanciullezza.
Eh, già, la
fanciullezza. Un
misto di
eccitazione
smaniosa, di
malinconie
improvvise, di
ansie
impazienti.
Ricordo
l’inquietudine,
la curiosità, lo
smarrimento per
la scoperta del
mio corpo che,
assecondando
leggi che non
conoscevo,
m’imponeva un
inatteso
inspiegabile
cambiamento.
Confusa, non
sapevo se
esserne
orgogliosa. Mi
sentivo molto
vulnerabile. Mi
vergognavo dei
rossori
improvvisi e
degli sguardi
obliqui sul mio
seno nascente.
Tarpavo tutto,
seno e
sentimenti,
sotto vestiti
ampi e un’aria
disinvolta. Ma
bruciavo,
dentro, di
piacere e di
pudore:
m’inorgogliva
vedere che il
mio corpo
accendeva uno
sguardo ma
quando questo si
faceva
insistente e
indiscreto
sentivo uno
sgradevole
imbarazzo che mi
spingeva a
comprimere quei
rigonfi
incontenibili.
Solo col tempo
ho imparato ad
accettarli,
compiaciuta,
anzi, del mio
corpo,
improvvisamente
conquistato da
una sinuosa
morbidezza.
All’epoca, il
mio orizzonte
era solo rosa:
l’amore, i
figli, un
matrimonio
felice, una
larga cerchia di
amici. In più,
la tranquillità
economica, i
viaggi, i
divertimenti…
tutto quello,
insomma, che mia
madre, domata da
un destino
ingordo di
rimpianti, non
aveva avuto. In
parte, e da
principio, è
stato proprio
così, ma, ora,
eccomi qui, a
distanza di
sessanta anni da
quel gelido
giorno di fine
febbraio, a fare
i conti con la
solitudine ed i
miei cospicui
fallimenti. Che
cosa non ha
funzionato, se
ho applicato le
regole,
nonostante
l’istinto mi
suggerisse il
contrario? Ho
avuto quasi
tutto: un
marito, un
figlio, amici.
Lo studio mi ha
affrancato dalla
povertà,
l’intelligenza e
la curiosità
dall’ignoranza.
L’amore, o
quello che ho
scambiato per
tale, mi ha dato
l’illusione
della felicità.
Con tutti sono
stata, senza
sforzo
apparente,
paziente,
ragionevole,
premurosa e
cordiale. E,
tuttavia, oggi
sono qua, sola,
a festeggiare
(festeggiare?) i
miei sessant’anni
lottando con i
rimpianti,
ragionando sugli
errori, contando
il tempo che mi
resta, limitato
e improduttivo
rispetto a
quello ormai
consumato,
traboccante di
opportunità,
eluse per star
dentro i
parametri di
un’esistenza
assennata.
Donna, non
potevo che
sposarmi e fare
figli. Donna,
non potevo che
essere moglie e
madre,
disponibile per
tutto e con
tutti. La
professione,
invece, solo un
optional, al
quale dedicarmi
nei vuoti del
tempo consacrato
alla famiglia.
Ma ci sono, per
una donna, tempi
vuoti, in
famiglia? Un
peccato è
all’origine
della mia
condizione, il
peccato della
mortificazione
spinta
all’estremo, per
compiacere gli
altri, negandomi
deliberatamente
percorsi poco
comuni che mi
avrebbero
portato in
un’altra
direzione. Pur
con l’intima
aspirazione alla
diversità,
pensavo che
adattarsi fosse
la strada giusta
per riprodurre
in famiglia
l’agiato tepore
delle case
borghesi. E,
invece, tutti,
per anni, hanno
fatto man bassa
di una
disponibilità
accordata
insensatamente.
Dopo, era troppo
tardi per
ribellarmi.
Chiudevo occhi e
bocca davanti
all’egoismo e
all’invadenza,
consentendo che
tempo ed
energie,
desideri e
sentimenti,
progetti ed
ambizioni
fossero divorati
da chi
furbescamente
riteneva dovuta
la mia
condiscendenza.
Tiravo avanti
assestando il
mio ritmo e la
mia volontà su
quelli altrui,
mentre
l’insoddisfazione
montava come
panna. Allevata
nel culto della
dedizione e del
decoro, temevo
lo scandalo,
l’instabilità,
la riprovazione.
Non potevo
sfasciare tutto
in nome di una
sofferenza che
nessuno avrebbe
capito. Che cosa
mi mancava?
Avevo tutto: una
famiglia, un
lavoro, la
tranquillità
economica, un
certo prestigio
sociale. E,
tuttavia, non
ero felice. Non
era colpa di
nessuno, la mia
segreta
irrequietudine;
era solo mia, la
responsabilità
del rifiuto a
dissentire, a
rivendicare
spazi che, per
quieto vivere,
avevo ceduto a
chi mi stava
intorno. Io,
avevo voluto
quella vita
rinunciataria,
ingannata da un
miraggio cui mi
sforzavo di dare
consistenza. Ma,
alla fine, lo
scontento mi ha
fatto a pezzi,
obbligandomi ad
una resa dei
conti spietata:
se volevo stare
bene, dovevo
riprendermi la
vita, scremare,
scegliere,
dividere il
grano dal loglio
di un’esistenza
giocata sul
fraintendimento,
mio e degli
altri. Era
quello che avrei
dovuto fare fin
da principio,
togliendomi la
maschera
dell’indulgenza
e
dell’amabilità,
impedendo a muso
duro
interferenze ed
abusi, anche se
non sapevo
quanto mi
sarebbe costato.
Questo dovevo
fare, se volevo
salvarmi. Potevo
farcela ancora,
se imparavo a
riprendermi il
credito che
avevo svenduto
per paura di
censure e di
conflitti, se
praticavo,
infine, un sano
egoismo
chiudendo i
varchi lasciati
incustoditi.
L’ho fatto e ho
pagato più di
quanto ero
disposta, perché
nessuno ha
capito che avevo
scelto di uscire
dal ghetto
dell’ipocrisia e
della
rassegnazione.
Basta
ubbidienza,
indulgenza,
buone maniere;
basta con un
matrimonio che
di bello aveva
soltanto la
facciata, con
un figlio
incapace di
crescere, con
amici solleciti
quando tu
sorridevi,
refrattari al
pianto e alla
compassione. La
mia improvvisa
svolta, è
apparsa a tutti
una rivolta
assurda,
ingiusta,
gratuita. Ho
sentito intorno
a me il
disorientamento,
l’incredulità,
l’incomprensione.
La verità non è
mai gradita,
così come non lo
è
l’insubordinazione.
Si ha paura
dell’una e
dell’altra, come
si ha paura di
guardarsi
dentro. Così,
intorno a me si
è fatto il
deserto:
riprovazione e
diffidenza sono
tutto quello che
ho guadagnato
dalla mia
rivolta. Gli
amici, eh!, gli
amici, sono
volati via per
imbarazzo o
paura, come uno
stormo di
passeri in fuga
dalla grandine:
rappresentavo
una miccia, un
esempio
pericoloso per
equilibri a
prima vista
saldi, almeno
quanto lo era il
mio prima che
decidessi di
farlo saltare.
Hai voluto la
bicicletta? - mi
è stato detto –
Pedala, ora.
Da ragazza
sognavo
l’imprevedibile
e l’emozione.
Per tutta la
vita ho cercato
l’uno e l’altra
seguendo le orme
su un tracciato
prestabilito,
incapace di
capire che
proprio in
questo stava il
malinteso. Non
si può inseguire
l’imprevisto
affidandosi alla
logica di uno
schema
precostituito o
calcando
impronte che non
ti appartengono.
Meglio avrei
fatto a
inventarmi le
mie, ignorando
paure e
prudenza. C’è
una
consolazione,
però, in tutto
questo ed è
constatare che
non ho
sbagliato,
stavolta,
scegliendo la
libertà che
tante donne
vorrebbero
raggiungere.
Quanta miseria
in certe vite,
in certe unioni
schiacciate dal
peso
dell’impostura e
del conformismo!
La mia
eccentrica
posizione mi ha
regalato il
privilegio di
ascoltare le
confidenze di
donne avvilite
che, timorose di
un futuro
incerto, dello
scandalo e dei
pregiudizi, o
sedotte da un
benessere al
quale non
riescono a
rinunciare,
hanno accettato
l’ingiuria di
un’esistenza
appiattita,
senza spiragli,
disamorata. Non
ne gioisco ma mi
conforta sentir
filtrare tra le
parole il loro
rispetto per il
mio coraggio.
Oggi, però,
dalla soglia
della mia totale
autonomia e dei
miei disabitati
sessanta anni
che aspettano
disillusi il
castigo della
vecchiaia, mi
chiedo se ha
avuto più
ragione e merito
chi, in virtù
della sua resa
alla prudenza e
alla tolleranza,
gode della
grazia di una
compagnia, di un
sorriso amico,
di una parola
affettuosa, o
io, sola e
libera in questa
casa affollata
di cose,
prigioniera di
un silenzio
massiccio, di
mattine inerti,
di giorni senza
sapore, di anni
senza orizzonte.
Confesso che non
lo so, non lo so
proprio.

1° PREMIO SEZ.
Narrativa
Emergenti
Michele Vaccaro
Campioni del
mondo
La diciottesima
edizione dei
campionati
mondiali di
calcio
s’appresta ad
aprire le sue
cosmopolite
danze sotto i
peggiori auspici
per quanto
concerne i
colori
nazionali.
Lo scandalo di
Calciopoli,
abbattutosi come
una valanga
inarrestabile
sull’ambiente,
fa presagire
oscure trame di
ritorsione nei
nostri confronti
da parte dei
signori in
doppio petto che
governano il
calcio
internazionale;
personaggi
ambigui, da
sempre custodi
intransigenti di
valori assoluti
quali onestà,
lealtà,
irreprensibilità
in campo e
fuori.
Tranne quando si
tratti di
gonfiare il
proprio conto in
banca, vero
mister Joseph
Blatter,
presidente della
F.I.F.A.,
compassato
gentiluomo
elvetico dal
cognome troppo
simile ad una
blatta per
essere casuale?
Ma, si sa, les
affaires sont
affaires, nella
vita bisogna
operare le
opportune
distinzioni, che
diamine, siamo
adulti e
vaccinati; lo
sport è mosso
dal denaro
frusciante, non
dalle favolette
edificanti da
raccontare ai
bambini per
farli
addormentare.
Nel Belpaese
l’opinione
pubblica,
indignata,
reclama a gran
voce la testa
del trainer
maremmano,
grande
appassionato di
vela, Marcello
Lippi, accusato
di avere un
figlio
procuratore con
le mani in pasta
nella grande
abbuffata alla
tavola
telefonica di
“Lucianone”
Moggi; del
portiere
Gianluigi Buffon,
reo, questi, di
aver giocato
bollette su
alcune agenzie
di scommesse e
del capitano
Fabio Cannavaro,
imputato
d’essersi eretto
ad avvocato
difensore della
sua squadra di
club dalle
maliziose
illazioni
diffuse dai
moderni untori
della carta
stampata. Ah…che
bellezza
l’italiano
qualunque,
l’uomo della
strada, sempre
pronto a
scendere in
piazza
manifestando il
proprio disgusto
nei confronti di
scandali e
scandaletti
vari, salvo poi
genuflettersi e
specchiare il
viso nei
mocassini
lucidati del
potente di turno
al fine di poter
ottenere favori
e/o privilegi.
Si fa ma non si
dice, vero,
italianuzzi
miei?
Ma, si sa, siamo
adulti e
vaccinati, le
favole
lasciamole ai
sognatori ed ai
fregnoni.
Il nove di
giugno, anno di
grazia 2006,
inizia, ordunque,
la rassegna
pedatoria
planetaria.
Il dodici scende
in campo la
nostra squadra
contro il Ghana.
La nazione è
spaccata in due:
chi tifa e chi
gufa. Io tifo e
spero,
chissenefrega
degli scandali,
dopo si vedrà,
chi ha sbagliato
pagherà (forse).
Una staffilata
di Andrea Pirlo
e la magnifica
cavalcata
vincente, in
ripartenza, di
Vincenzo
Iaquinta, su
break ancora di
Pirlo, nella
verde prateria
del
Niedersachsen
Stadion di
Hannover, ci
regalano la
vittoria
all’esordio.
Giochiamo bene
ma subiamo più
del dovuto
l’intraprendenza
avversaria. Gli
addetti ai
lavori
sostengono che è
normale
l’affanno
iniziale in
questo tipo di
competizioni, il
team italico se
lavorerà sodo e
bene avrà
certamente ampi
margini di
miglioramento.
La prima è nel
carniere, ad
ogni modo.
La seconda
uscita ci vede
opposti, il
diciassette
giugno, al Fritz
Walter Stadion
di Kaiserlautern,
agli Usa, già
battuti a fatica
nel mondiale
nippo - coreano
del 2002. La
partita è
durissima, non
solo sotto il
profilo del
gioco.
Al gol di testa
in scivolata di
Alberto
Gilardino, su
calcio di
punizione del
solito Pirlo,
replica una
goffa autorete
di Christian
Zaccardo. Il
match termina
1-1, con le
espulsioni di
Daniele De Rossi
e dei due
statunitensi
Mastroeni e
Pope.
La critica
disfattista dà
fiato alle
trombe, aizzando
ancor di più la
parte di nazione
che ha deciso di
mostrarsi
scettica per il
gioco espresso
fino a quel
momento dagli
azzurri e
disgustata dallo
scandalo Moggi &
C…
Io litigo con un
amico il quale
sostiene che
quest' armata
Brancaleone non
arriverà lontano
nel torneo. Non
obietto sul
giudizio
sibillino, mi
riservo
semplicemente la
facoltà di poter
rispondere più
avanti. Gli dico
di non possedere
le sue certezze,
che lo invidio
alquanto da quel
punto di vista.
Poi ci salutiamo
bruscamente per
non salutarci
più in futuro.
Ovviamente,
nella diatriba,
il calcio centra
poco o nulla,
sarebbe puerile,
altrimenti;
antiche
frizioni,
rinnovate da una
rivelazione
fattami qualche
giorno dopo la
querelle
sportiva da un
amico comune,
riguardante
pettegolezzi in
merito ad alcune
mie scelte
private, questo
il vero motivo
del personale
risentimento,
mettono la
parola fine ad
una
frequentazione
decennale. Amen.
La terza gara ci
vede opposti, il
ventidue giugno,
alla Repubblica
Ceca dell’ex
pallone d’oro
2003 Pavel
Nedved,
attualmente in
forza alla
Juventus, la
società più
pesantemente
implicata nello
scandalo. Una
sconfitta ci
rispedirebbe a
casa con tanti
saluti e gran
giubilo da parte
del mio, ormai,
ex amico. Non
voglio neppure
pensare ad
un’eventualità
del genere. Mi
armo di pop corn
e patatine e mi
piazzo di fronte
al televisore
con più di
un‘ora di
anticipo
sull’evento.
L’attesa è
spasmodica.
Giochiamo così
così, però
arriva puntuale
la sospirata
vittoria: 2-0,
reti
dell’interista
Marco Materazzi
e del redivivo
folletto delle
aree di rigore
il milanista
Pippo Inzaghi.
Il tutto nella
fantasmagorica
cornice del
Volkspark
Stadion di
Amburgo.
Da segnalare, in
questa partita,
il serio
infortunio
occorso al forte
centrale
difensivo
Alessandro Nesta,
che abbandonerà
anzitempo e
malinconicamente
il proscenio
tedesco. Anche
questa è fatta,
nonostante le
innumerevoli
avversità
incontrate lungo
il cammino siamo
primi nel girone
ed affronteremo
negli ottavi la
sorprendente
Australia del
“santone” Guus
Hiddink, che ci
ha già eliminati
quattro anni
prima quando era
alla guida della
rappresentativa
coreana del sud.
Gli
“aussie”costituiscono
un ensamble
estremamente
insidioso, che
ha messo
letteralmente
paura, in
precedenza, ai
celebrati
campioni
brasiliani.
Quella con i
“canguri” si
rivela ben
presto una gara
ostica,
l’ennesima.
I nostri
avversari sono
inferiori
tecnicamente ma
corrono come
puledri in
libertà sul
manto erboso del
Fritz Walter
Stadion di
Kaiserlautern.
L’espulsione di
Materazzi
complica
ulteriormente le
cose.
Rassicuro la mia
famiglia,
radunata per
l’occasione di
fronte al video:
“la difesa tiene
bene, possiamo
vincere,
nonostante
l’uomo in meno”.
All’ultimo
minuto Francesco
Totti, “er
pupone”,
trasforma
implacabilmente
il penalty
assegnatoci per
un fallo ai
danni di Grosso.
L’inquadratura
della regia
germanica sui
suoi occhi dice
tutto: il
Francesco
nazionale è
carico, non può
sbagliare.
Mi aspetto la
soluzione a
cucchiaio,
invece è un
destro forte e
preciso che
s’insacca
nell’angolino
alto alla destra
del portiere.
Mentre il
ragazzone esulta
imitando il
gesto del
ciucciotto in
onore del figlio
Christian, nato
da poco, la mia
esplosione di
gioia mista alla
tensione
accumulata dà
l’impressione di
far vibrare le
pareti del
condominio nel
quale abito.
Alle ortiche il
ritegno, siamo
ai quarti di
finale.
Ci aspetta
adesso, al
Volkspark
Stadion di
Amburgo,
l’Ucraina dei
due palloni
d’oro,
l’allenatore
Oleg Blokhin,
aggiudicatosi il
premio nel 1975,
all’epoca dell’U.R.S.S.,
e del milanista
in partenza,
destinazione
Chelsea, Andrej
Shevchenko, che
fece suo il
cimelio nel
2005. Gran parte
degli italiani
non crede ancora
nella nostra
selezione,
giudicata sì
vincente ma
zoppicante e
difensivista.
A me comincia a
frullare in
testa una certa
idea, un
pensiero
stupendo, ma non
dico niente, è
ancora
prematuro.
Italia - Ucraina
termina con il
punteggio di 3-0
in nostro
favore, con
rete di Gianluca
Zambrotta e
doppietta di
Luca Toni.
E’ il trenta di
giugno, una
calda serata
d’inizio estate
che regala
forti emozioni,
compresa la
dedica finale da
parte dei
calciatori
azzurri a
Gianluca
Pessotto, “il
soldatino”,
ex-juventino ed
ex- nazionale,
suicida mancato
qualche giorno
prima per motivi
al momento non
meglio chiariti,
giacente in
prognosi
riservata
all’ospedale Le
Molinette di
Torino, a
seguito del volo
di circa venti
metri effettuato
dal balcone
della sede
societaria del
club bianconero,
di cui era stato
insignito
dirigente poco
tempo addietro.
Siamo in
semifinale, fra
le prime quattro
del mondo, erano
in pochi a
crederci alla
vigilia, io fra
quelli. Penso al
mio ex
amico…chissà
cosa direbbe
ora. Anche se la
squadra dovesse
fermarsi qui lo
ha già, nei
fatti,
abbondantemente
smentito.
Io gongolo, ma
non mi
accontento, come
d’altronde i
calciatori,
stando alle
dichiarazioni
raccolte a caldo
dai media.
Affronteremo
adesso i padroni
di casa della
Germania, i
nemici sportivi
di sempre,
guidati dal
giovane tecnico
Jurgen Klinsmann,
“il
californiano”,
trascorsi da
interista, una
partita da far
tremare le vene
ai polsi. Li
abbiamo battuti
in tutte le
grandi
occasioni, ma
stavolta è
diverso, giocano
in casa, col
soffio impetuoso
di tutta una
nazione alle
spalle.
Tenteremo
l’impresa, la
nostra
retroguardia è
solidissima, con
Fabio Cannavaro
(Juventus),
capitano di
lungo corso e
prode
condottiero del
vascello italico
lungo i mari in
tempesta del
mese di giugno,
trascorso ad
inanellare, una
dopo l’altra,
superlative
prestazioni,
unitamente alla
saracinesca
Luigi “Gigi”
Buffon (Juventus),
al sorprendente
Fabio Grosso
(Palermo), al
“panzer
inarrestabile”
sulla corsia
esterna di
destra Gianluca
Zambrotta (Juventus)
ed al
generosissimo ed
instancabile
centrale Marco
Materazzi (Inter),
chiamato a
raccogliere la
difficile
eredità, in una
zona nevralgica
del campo, del
grandissimo e
sfortunatissimo
Alessandro Nesta
(Milan), senza
dimenticare i
valorosi del
centrocampo;
oltre al già
citato Andrea
Pirlo (Milan),
“ringhio”
Gennaro Ivan
Gattuso (Milan),
a tallonare e
mordere i
garretti
avversari, il
“motorino”
Simone Perrotta
(Roma), il
cavalcatore di
fascia Mauro
German
Camoranesi (Juventus),
argentino dal
passaporto
italiano, il
grintoso Daniele
De Rossi (Roma),
i vari Andrea
Barzagli
(Palermo),
Simone Barone
(Palermo),
Christian
Zaccardo
(Palermo),
Massimo Oddo
(Lazio), poco
accreditati a
giocare
dall’inizio
delle gare gli
ultimi quattro
ma sempre pronti
e reattivi alla
chiamata di
mister “Paul
Newman”Marcello
Lippi, con la
consapevolezza,
anzichenò, di
poter contare su
un reparto
offensivo di
sopraffina e
comprovata
qualità grazie
al rifinitore
Francesco Totti
(Roma) ed alle
bocche da fuoco
rispondenti ai
nomi di
Alessandro Del
Piero (Juventus),
Luca Toni
(Fiorentina),
Alberto
Gilardino (Milan),
Vincenzo
Iaquinta
(Udinese) e
Filippo “Pippo”
Inzaghi (Milan).
Da aggiungere,
per onor di
cronaca, anche
gli unici due
fra i ventitré
selezionati che
non hanno mai
calcato la
superficie di
gioco, ovverosia
i due portieri
di riserva
Angelo Peruzzi
(Lazio) e Marco
Amelia (Livorno).
Nemmeno un
minuto di gloria
per loro, ma
sono lì a far
gruppo, la
presenza si
avverte, eccome,
conta molto
questo fattore
nell’economia di
una competizione
così lunga. Il
valore aggiunto
del nostro
combo, però,
bisogna dirlo, è
costituito
certamente dal
tecnico Marcello
Lippi,
ottimamente
coadiuvato, fra
l’altro, dal suo
secondo Narciso
Pezzotti. “Il
toscano”fa
ruotare tutta la
rosa (tranne i
sopraccitati
Peruzzi ed
Amelia,
ovviamente)
senza mai
sbagliare una
sostituzione,
neppure a
partita in
corso; protegge
il gruppo, lo
responsabilizza,
provvede ad
infondergli
carica
agonistica e
sicurezza nei
propri mezzi. La
sua capacità di
“leggere” le
partite, unita
all’intelligenza
tattica,
all’elasticità
mentale nel
cambiare
continuamente
modulo di gioco
a seconda delle
caratteristiche
tecnico-tattico-atletiche
degli avversari
e senza
intestardirsi in
soluzioni
prestabilite, ne
fanno uno degli
allenatori più
duttili e
preparati in
assoluto nel
panorama
internazionale.
Completano lo
staff azzurro
Ciro Ferrara,
nelle vesti di
collaboratore
tecnico, il
mitico “rombo di
tuono” Gigi
Riva,
superbomber
degli anni ’70,
con il grado di
dirigente
accompagnatore,
Ivano Bordon nel
ruolo di
preparatore dei
portieri,
Giancarlo Abete
quale capo
delegazione ed
infine Marcello
Valentini, con
il compito di
responsabile
delle relazioni
esterne.
Nei giorni
precedenti il
match parte
della stampa
tedesca invita i
propri
connazionali a
boicottare la
pizza, inoltre
ci insulta
etichettandoci
come un popolo
di parassiti,
papponi, mammoni
e camerieri,
come se quest’ultima
fosse una
professione
disdicevole.
Incassiamo gli
epiteti col
sorriso sulle
labbra e ci
trasferiamo armi
e bagagli al
Westfalen
Stadion di
Dortmund, nel
cui impianto i
“bianchi” non
hanno mai perso
nei precedenti
quattordici
incontri
disputati. Per
favore, ragazzi,
battiamoli
questi crucchi
razzisti e
boriosi,
regalateci un
sogno. E il
sogno arriva, è
il quattro
luglio. Dopo una
gara
soffertissima,
coronata dalla
traversa di
Gianluca
Zambrotta e dal
palo, a portiere
battuto, di
Alberto
Gilardino, Fabio
Grosso, grazie
ad un appoggio
preciso
dell’onnipresente
Pirlo, indovina
la traiettoria
vincente ad un
minuto dalla
fine dei tempi
supplementari.
I teutonici
accusano il
colpo mortale e
Alex Del Piero,
immediatamente
dopo,
capitalizzando
una lunga
sgroppata
sull’out
sinistro,
prontamente
servito da “Gila”,
gli infligge
quello di
grazia.Italia -
Germania 2-0. Ha
arbitrato, senza
sbavature di
sorta, il
messicano Benito
Archundia, già
sulla nostra
strada
nell’incontro
con la
Repubblica Ceca
del ventidue
giugno.
Trattengo a
stento, per
pudore, le
lacrime di
felicità. In
tribuna Romano
Prodi festante
accanto
all’attonito
Cancelliere
tedesco Angela
Merkel. Siamo ad
un passo dal
Paradiso, in
finale, a dodici
anni di distanza
dalla sfortunata
gara con il
Brasile ad
U.S.A. ’94,
persa ai rigori
fra la
disperazione
struggente del
capitano di
allora Franco
Baresi. Torno
nuovamente con
il pensiero al
mio ex amico,
senza
compiacimento,
però, adesso ho
da dedicare la
mia attenzione a
ben altro: al
sogno atteso
lungamente. Non
abbiamo ancora
fatto nulla.
Stiamo scrivendo
la storia, manca
soltanto
l’ultimo
capitolo.
Incroceremo le
armi, nell’atto
conclusivo della
manifestazione
con gli “odiati”
cugini
transalpini, che
ci estromisero
da Mexico ’86,
da Francia ’98
ma soprattutto
ci scipparono il
titolo agli
Europei del
2000, prima con
il maledetto gol
del pareggio di
Wiltord a
quindici secondi
dalla fine
(sic!) e
successivamente
col letale
golden goal del
futuro juventino
David Trezeguet.
Dopo sei anni
quella sconfitta
in terra
olandese,
precisamente in
quel di
Rotterdam, il
due luglio,
brucia ancora
dentro come un
tizzone
d’inferno. Da
dove è sbucata
fuori questa
Francia
infarcita di
“vecchie
glorie”,
destinata ad una
rapida
eliminazione,
diventata negli
anni la nostra
bestia nera?!Lo
spocchioso
Michel Platini
ci provoca
affermando che
li batteremo non
prima che siano
trascorsi almeno
cinquant’anni.
Che tristezza,
Michel…cosa sei
diventato dopo
aver appeso i
tuoi magici
scarpini al
chiodo…
Questo mondiale,
però, è nostro,
lo sento.
Disponiamo di un
gruppo compatto,
saldo in tutti i
reparti, come
sopra
evidenziato.
Rispetto per la
Francia, paura
nessuna. Nei
giorni che
precedono la
sfida dormo poco
e male, tormento
gli amici e la
mia ragazza per
l’apprensione
che la partita
mi causa.
Finalmente si
gioca, vada come
vada, almeno la
smetterò di
macerarmi
nell’attesa.
Olympiastadion
di Berlino, nove
luglio 2006,
dopo
l’esecuzione
degli inni
nazionali le
formazioni
contendenti sono
schierate a metà
campo.Il
presidente della
repubblica
Giorgio
Napoletano e la
ministra dello
sport Giovanna
Melandri sono
seduti accanto
al presidente
francese Jacques
Chirac. La
tensione è
palpabile, si
può tagliare a
fette, bisogna
mantenere un
minimo di forma,
però.
Nella piazza
principale della
mia città
l’amministrazione
comunale ha
provveduto a far
installare un
maxischermo, ma
per scaramanzia
preferisco
guardare il
match a casa,
come ho sempre
fatto, questione
di scaramanzia.
Pop corn,
patatine, coca
cola e una
quantità
indefinita di
stuzzicadenti da
tenere stretti
fra le labbra
per stemperare
il nervosismo
sono i miei
compagni di
viaggio in
quest'afosa
serata che, a
seconda
dell’epilogo,
può diventare
favolosa oppure
tragica.
Fischio
dell’arbitro, il
43enne
argentino,
poeta, Horacio
Elizondo, e si
parte, comincia
la diciottesima
finale mondiale
della storia.
Quattro i titoli
iridati in
campo, tre
nostri. La
Francia parte
aggressiva e
conquista un
calcio di rigore
al settimo
minuto con
Malouda.
Assumo
un’espressione
catatonica,
Zinedine Zidane
trasforma il
penalty con un
tiro a
cucchiaio, alla
Totti, la beffa
delle beffe.
Non dico nulla,
i pensieri mi si
congelano. La
partita è lunga,
ripeto a me
stesso, non può
finire così, non
deve.
Al
diciannovesimo
minuto pareggia
di testa Marco
Materazzi,
sfruttando
abilmente un
calibrato
corner di Andrea
Pirlo, sempre
lui.
Sale in cielo,
il buon Marco, e
regala un dono
divino ai
tifosi. Il primo
tempo è a nostro
appannaggio,
siamo ben messi
in campo, più
incisivi, si può
vincere,
maledizione, il
diavolo francese
sembra meno
brutto di come
lo si è dipinto.
Invece il
diavolo
transalpino è
brutto davvero.
Nella ripresa i
francesi
rialzano la
testa e
cominciano a
macinare gioco e
chilometri,
sfiorando la
rete del
vantaggio in più
occasioni. Si
soffre, spezzo
senz’accorgermene
decine di
stuzzicadenti,
ma la difesa
italiana, grazie
ad un immenso
Fabio Cannavaro,
il muro di
Berlino che non
è mai caduto, e
allo
stratosferico
Gigi Buffon,
regge alla
grande l’onda
d’urto dei “bleus”.
I tempi
supplementari
concedono appena
qualche brivido
a fior di pelle
da ambo le
parti, le
compagini sono
visibilmente
provate
dall’immane
fatica fisica e
psicologica che
la disfida
comporta.
Improvvisamente
si verifica il
fattaccio che
getterà un’ombra
su tutta la
gara, fino a
quel momento
improntata su
binari di
sufficiente
correttezza: una
violenta testata
di Zidane al
petto di
Materazzi, reo
di aver
ingiuriato le
donne della sua
famiglia, viene
punita, dopo una
lunga
consultazione
dell’arbitro con
il suo
collaboratore di
linea, tramite
l’estrazione del
cartellino
rosso, che
lascia, così, i
“cugini”
d’oltralpe in
dieci uomini. Il
berbero
d’origine Zizou
chiude la
propria
straordinaria
carriera in un
modo decisamente
inverecondo. A
capo chino
abbandona il
rettangolo di
gioco passando
accanto alla
coppa sistemata
ai bordi del
campo senza
nemmeno
sfiorarla con lo
sguardo. E’ un
segno del
destino.
L’Italia si
ritrova in
superiorità
numerica nei
restanti dieci
minuti, ma non
accade nulla di
rilevante. Il
trofeo si
assegnerà,
accidenti, ai
calci di rigore,
atavica iattura
per noi
italiani, che
dal dischetto
abbiamo tanto
lacrimato.
Inizia la
sequenza dei
tiri dagli
undici metri.
Preferisco
volgere lo
sguardo altrove,
l’enorme
tensione
accumulata nei
centoventi
minuti mi regala
crampi allo
stomaco e
leggere
vertigini. Non
voglio guardare,
l’ennesima
sconfitta in
quella spietata
lotteria mi
prostrerebbe,
rovinandomi
irrimediabilmente
la seconda metà
dell’estate.
Ripeto a me
stesso che non
possiamo
perdere, lo
sento. Sono teso
e fiducioso allo
stesso tempo.
Osservo le
espressioni dei
nostri atleti
scelti per
tirare, poi
guardo Gigi
Buffon. Sono
concentrati,
tranquilli, ce
la possiamo
fare, dai.
Stringo i pugni
e chiudo gli
occhi quando
Andrea Pirlo si
porta sul
dischetto:
magico Andrea,
con quell’aria
assonnata tipica
di chi si è
appena alzato
dal letto,
sontuoso
architetto delle
pallonare
geometrie
italiche,
mettila dentro
quella maledetta
palla. Ed è
goal!!! Pirlo
goal!!!
Tocca adesso
alla Francia
tirare. Il
predatore del
sogno europeo
2000, Wiltord,
posiziona la
sfera e realizza
con freddezza la
rete del 2-2. E’
la volta di
Marco Materazzi,
il gigante
difensivo tanto
discusso in
patria ed
all’estero a
causa di certe
entrate ritenute
poco ortodosse
sugli avversari,
splendido
sostituto di
Alessandro Nesta,
nonché autore di
due magnifiche
ed importanti
reti
rispettivamente
alla Repubblica
Ceca e, proprio
stasera, alla
Francia. Non
tradirci, Marco,
segna per noi.
Goal!!!
Materazzi
goal!!!
Italia-Francia
3-2. Trezeguet
stampa il
pallone sulla
traversa e le
mie urla si
sentono
probabilmente a
qualche
centinaio di
metri di
distanza. De
Rossi sul
dischetto, il De
Rossi aspramente
criticato per
una gomitata
allo
statunitense Mc
Bride, pagata
con la
comminazione di
quattro giornate
di squalifica,
roba da rivedere
il Mondiale solo
in occasione
della finale.
Figurarsi, la
finale.
Ed invece è lì,
presente
all’atto
conclusivo della
manifestazione
mondiale, che si
appresta
addirittura a
calciare un
rigore della
massima
importanza.
Proprio lui, il
ragazzone romano
rissoso,
intemperante,
nervoso, è
chiamato al suo
esame di
maturità. Con
personalità e
consumato
mestiere Daniele
De Rossi fa
rotolare la
palla alle
spalle di
Barthez.
Italia-Francia
4-2. Il pensiero
stupendo
comincia a
prendere corpo,
ma non si può
dire ancora,
bisogna
attendere. E’ il
turno di Abidal,
che fa il suo
dovere segnando.
Italia-Francia
4-3. Mancano
ancora quattro
rigori
complessivi, ci
basta realizzare
i due nostri.
“Achille” Alex
Del Piero,
considerato un
elemento ormai
alla frutta, una
sorta di ruota
di scorta buona
per tutte le
occasioni, a
dispetto del
notevole
talento, dopo la
rete della
sicurezza contro
la Germania si
appresta ad
apporre, si
spera, il
sigillo più
importante in
una pur già
gloriosa
carriera.
E “Achille” non
sbaglia. Con
maestria gonfia
la rete
dell’antipatico
portiere
francese.
Italia-Francia
5-3.
Comincio davvero
a credere
nell’impresa,
accidenti. Col
fiato sospeso
assisto al tiro
di Sagnol. Rete,
dannazione.
Italia-Francia
5-4.
L’ultimo tiro
dal dischetto
spetta a Fabio
Grosso, “romano
de Roma”, una
lunga militanza
nelle categorie
inferiori e poi
il grande salto
nella massima
serie, giunta in
tarda età e
coronata dalla
convocazione in
nazionale;
successivamente
il mondiale, la
finale, il
rigore decisivo,
roba da
annichilire
anche il più
integralista dei
monaci tibetani.
Ho ancora negli
occhi e nelle
orecchie la sua
corsa a
perdifiato dopo
la segnatura
realizzata ai
tedeschi in
semifinale e la
frase urlata a
se stesso ed al
mondo intero:
“non ci credo,
non ci credo,
non ci credo”.
Magico Fabio,
Grosso davvero,
è tutto nel tuo
piede sinistro,
adesso. Ora e
qui. Noi ci
voltiamo
dall’altra
parte, fai tu.
La palla
s'insacca nel
“sette”alla
sinistra di
Barthez ed io
non so spiegare
cosa ho fatto in
quel momento,
probabilmente la
stessa cosa di
tutti gli
italiani:
gridare a
squarciagola e
piangere a
dirotto come un
bambino. Abbiamo
vinto, è
superfluo
l’ultimo rigore
francese. Non lo
tirano nemmeno.
Italia - Francia
6-4. L’arbitro
Elizondo porta
il fischietto
alla bocca ed il
triplice fischio
sancisce la fine
delle ostilità.
Il mitico Nando
Martellini,
nella notte
madrilena
dell’11 luglio
1982 urlò dai
microfoni della
RAI la frase
“campioni del
mondo” per tre
volte, tanti
quanti erano in
quel momento i
trionfi
mondiali. Noi
adesso la
gridiamo quattro
volte: “campioni
del mondo,
campioni del
mondo, campioni
del mondo,
campioni del
mondo”.
Gridiamo anche
per te che hai
sofferto e
gioito da lassù,
buon vecchio
Nando, piazzato
di fronte al
maxi schermo
installato nel
cielo.
Noialtri, per
una volta, ci
raduniamo
idealmente sotto
la cascata di
coriandoli che
scendono lenti
nella notte
nibelunga e
cantiamo, tutti
assieme ed
abbracciati
stretti, l’inno
di Mameli. Più
tardi sciameremo
in strada a
festeggiare.
Domani torneremo
ad essere gli
italiani di
sempre, ma
questa è
un’altra storia.
Joseph Blatter
non ci ama e
sparisce
improvvisamente
dal comitato di
premiazione.
Lo sostituisce
il presidente
U.E.F.A, lo
svedese Lennart
Johansson, con
l’ausilio di
Franz
Beckenbauer, il
padrone di casa.
Forse mister
Joseph avrebbe
preferito
consegnare
personalmente la
coppa del mondo
nelle mani del
suo fraterno
amico tedesco,
il “kaiser Franz”,
presidente del
comitato
organizzatore
dell’evento,
nonché vicino di
sedia in qualche
cena esclusiva e
riservata, ma…
noblesse oblige,
caro Sepp, forse
è proprio vero
che nella vita
non si può avere
tutto. Sul podio
anche Guido
Rossi, il
commissario
straordinario
della F.I.G.C,
chiamato poche
settimane prima
al gravoso
compito di
traghettare la
federazione
fuori dal
pantano delle
tante illegalità
che l’hanno
vista
impelagarsi
profondamente.
Fabio Cannavaro
solleva la coppa
nel cielo sopra
Berlino.
Un pezzetto è
anche tuo,
Gianluca
Pessottino.
Vorreste sapere
che cosa ha
detto dopo
l’apoteosi il
mio ex amico?
Non posso
esaudire la
vostra
richiesta, non
l’ho più
rivisto.

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