premio2007_premiati


 

 

 

 

 

1° PREMIO Sez.Speciale  Poesia

 

DANIELA COSTANTINI

 

La carezza di un Angelo

 

Un vecchio albero nel bosco

è tanto caro al mio cuore.

Da un tempo ormai molto lontano

c’è scolpita una data;

un tempo in cui tutti i miei sogni

erano colorati di rosa

perché erano sogni… sogni di sposa.

Arrivammo in quella radura

perché un Angelo aveva già scritto

il nostro destino

e così sulla dura corteccia

scolpisti la data del nostro primo incontro.

Son trascorsi tanti anni e tu ora hai Ali d’Angelo.

Oggi, seguendo invisibili orme,

son tornata in quel sentiero mai dimenticato

per ritrovare il ricordo di quel tenero amore.

Nel fruscio delle foglie nel vento

ho sentito una lieve carezza…

un tocco gentile mi ha sfiorato leggero,

un tocco colmo di antiche memorie.

Con un brivido accarezzo la vecchia corteccia

dove è scolpita quella data d’amore.

Vorrei poter tornare indietro nel tempo,

ma sento di nuovo il tocco dell’Angelo

che mi prende per mano

sussurrando dolcemente che quel sogno

è ormai troppo lontano.

Una cosa però lui sa’…

sa che porterò per sempre quei momenti nel cuore,

nel mio cuore colorato di rosa

che cullava sogni di sposa…

Ho riconosciuto quel tocco gentile

che la mano mi sfiora: una volta aveva tanto vigore

e scolpì quella data… quella data d’amore.

 

 

 

2° Premio

 

Antonio Covino

 

‘na jurnata nova

 

Ogge è ‘na jurnata nova

vulesse j’ a truvà a mammà,

spero tanto ca nun chiove

o si no comme se fa.

Addò è ghiuta mo ‘e casa

ce sta sulo cielo apierto,

cu ‘o profumo d’’e mimose

però essa sta ô cupierto.

Nu viale ‘e urmetelle,

e de cércole addirose,

songo tutte casarelle

ca me pareno pertose.

Tutte rose attuorno attuorno

e giardine culurate,

sta esposta a miezz’juorne

ma è nu poco ventecata.

Si nun fosse p’ ‘o cipresso

e pecchè me vene ‘o chianto,

mamma mia nun ce paresse

ca sta ‘e casa ô campusanto.

 

 

3° Premio

 

Lara Zen

 

P|R|I|G|I|O|N|E

 

Ascoltare il tuo silenzio

nella monotona quiete

di un giorno qualunque

fra parole mai dette,

allusioni scoperte..

Calare il sipario

su ricordi sbiaditi,

dar voce ai rimpianti,

soffocare i rimorsi…

e ritrovare in una fotografia

gli attimi perduti

di una mai scritta poesia.

Mentre i ricordi

mi legano al letto,

inchiodata

a fissare un soffitto

che si fa

sempre più vicino

quasi a soffocare

ogni mio ingenuo pensiero.

E volano nel vento

fotogrammi ingialliti,

echi di voci

ormai lontane,

vola il mio amore

che più non ha

un cuore dove approdare.

E vola via

anche la speranza

che affido ormai

solo alla divina provvidenza.

 

 

 

 

1° PREMIO Sez. Narrativa Speciale

 

Maria Giovanna Tarudda

 

E  sono sessanta

 

 

E sono sessanta. Ventunomilanovecento giorni, uno sull’altro, a partire da quello, di fine febbraio, quando, in un mattino di cielo nevoso, ho aperto gli occhi sul mondo salutata dal sorriso inappagato di mia madre, scontenta  di quel parto che non le aveva dato il maschio sospirato. Quel sorriso deluso sembra avermi scortato per tutta la vita.

Potessi ricominciare daccapo sapendo tutto ciò che oggi so! Lo so che non è possibile, ma è quello che mi dico quando sono costretta a prendere atto che la vita mi ha addestrato alla delusione. Eh, sì, perché io da piccola non ero così, amara con me stessa e con gli altri, ingenerosa e apatica. Ero una bambina ubbidiente e tranquilla, accomodante e allegra. Non volevo cancellare del tutto il sorriso stentato di mia madre, contenta di questa figlia che rivelava la gioia cantando a squarciagola, gli occhi persi dietro sogni lievissimi, per lei delle chimere: tutta la mia esistenza si sarebbe snodata come nastro vaporoso in un cielo di seta. Ero contenta di essere al mondo nonostante le privazioni e le ristrettezze. Non mi toccavano. Spettava a mia madre angustiarsene, il mio compito era quello di non crearle problemi. Per questo ero sempre arrendevole e rispettosa, docile anche se i rospi pesavano in gola. Mi sforzavo di essere, in ogni occasione, esattamente quello che lei si aspettava. Capivo istintivamente che cosa voleva da me e mi conformavo. Anche troppo, anche da adulta, e questo è, probabilmente, all’origine dell’avvilita scontentezza che oggi fa compagnia ai miei giorni velati. Può darsi che la memoria mi giochi qualche scherzo, ma, davvero, i miei primi dieci anni s’affacciano alla mente senza che una nube ne oscuri lo splendore. E’ probabile che non sia andata esattamente così, forse preferisco  ricordare solo il buono che c’è stato e cancellare tutto il resto.

La fanciullezza. Eh, già, la fanciullezza. Un misto di eccitazione smaniosa, di malinconie improvvise, di ansie impazienti. Ricordo l’inquietudine, la curiosità, lo smarrimento per la scoperta del mio corpo che, assecondando leggi che non conoscevo, m’imponeva un inatteso inspiegabile cambiamento. Confusa, non sapevo se esserne orgogliosa. Mi sentivo molto vulnerabile. Mi vergognavo dei rossori improvvisi e degli sguardi obliqui sul mio seno nascente. Tarpavo tutto, seno e sentimenti, sotto vestiti ampi e un’aria disinvolta. Ma bruciavo, dentro, di piacere e di pudore: m’inorgogliva vedere che il mio corpo accendeva uno sguardo ma quando questo si faceva  insistente e indiscreto sentivo uno sgradevole imbarazzo che mi spingeva a comprimere quei rigonfi incontenibili. Solo col tempo ho imparato ad accettarli, compiaciuta, anzi, del mio corpo, improvvisamente conquistato da una sinuosa morbidezza. All’epoca, il mio orizzonte era solo rosa: l’amore, i figli, un matrimonio felice, una larga cerchia di amici. In più, la tranquillità economica, i viaggi, i  divertimenti… tutto quello, insomma, che mia madre, domata da un destino ingordo di rimpianti, non aveva avuto. In parte, e da principio, è stato proprio così, ma, ora, eccomi qui, a distanza di sessanta anni da quel gelido giorno di fine febbraio, a fare i conti con la solitudine ed i miei cospicui fallimenti. Che cosa non ha funzionato, se ho applicato le regole, nonostante l’istinto mi suggerisse il contrario? Ho avuto quasi tutto: un marito, un figlio, amici. Lo studio mi ha affrancato dalla povertà, l’intelligenza e la curiosità dall’ignoranza. L’amore, o quello che ho scambiato per tale, mi ha dato l’illusione della felicità. Con tutti sono stata, senza sforzo apparente, paziente, ragionevole, premurosa e cordiale. E, tuttavia, oggi sono qua, sola, a festeggiare (festeggiare?) i miei sessant’anni lottando con i rimpianti, ragionando sugli errori, contando il tempo che mi resta, limitato e improduttivo rispetto a quello ormai consumato, traboccante di opportunità, eluse per star dentro i parametri di un’esistenza assennata. Donna, non potevo che sposarmi e fare figli. Donna, non potevo che essere moglie e madre, disponibile per tutto e con tutti. La professione, invece, solo un optional, al quale dedicarmi nei vuoti del tempo consacrato alla famiglia. Ma ci sono, per una donna, tempi vuoti, in famiglia? Un peccato è all’origine della mia condizione, il peccato della mortificazione spinta all’estremo, per compiacere gli altri, negandomi deliberatamente percorsi poco comuni che mi avrebbero portato in un’altra direzione. Pur con l’intima aspirazione alla diversità, pensavo che adattarsi fosse la strada giusta per riprodurre in famiglia l’agiato tepore delle case borghesi. E, invece, tutti, per anni, hanno fatto man bassa di una disponibilità accordata insensatamente. Dopo, era troppo tardi per ribellarmi. Chiudevo occhi e bocca davanti all’egoismo e all’invadenza, consentendo che tempo ed energie, desideri e sentimenti, progetti ed ambizioni fossero divorati da chi furbescamente riteneva dovuta la mia condiscendenza. Tiravo avanti assestando il mio ritmo e la mia volontà su quelli altrui, mentre l’insoddisfazione montava come panna. Allevata nel culto della dedizione e del decoro, temevo lo scandalo, l’instabilità, la riprovazione. Non potevo sfasciare tutto in nome di una sofferenza che nessuno avrebbe capito. Che cosa mi mancava? Avevo tutto: una famiglia, un lavoro, la tranquillità economica, un certo prestigio sociale.  E, tuttavia, non ero felice. Non era colpa di nessuno, la mia segreta irrequietudine; era solo mia, la responsabilità del rifiuto a dissentire, a rivendicare spazi che, per quieto vivere, avevo ceduto a chi mi stava intorno. Io, avevo voluto  quella vita rinunciataria, ingannata da un miraggio cui mi sforzavo di dare consistenza. Ma, alla fine, lo scontento mi ha fatto a pezzi, obbligandomi ad una resa dei conti spietata: se volevo stare bene, dovevo riprendermi la vita, scremare, scegliere, dividere il grano dal loglio di un’esistenza giocata sul fraintendimento, mio e degli altri. Era quello che avrei dovuto fare fin da principio, togliendomi la maschera dell’indulgenza e dell’amabilità, impedendo a muso duro interferenze ed  abusi, anche se non sapevo quanto mi sarebbe costato. Questo dovevo fare, se volevo salvarmi. Potevo farcela ancora, se imparavo a riprendermi il credito che avevo svenduto per paura di censure e di conflitti, se praticavo, infine, un sano egoismo chiudendo i varchi lasciati incustoditi. L’ho fatto e ho pagato più di quanto ero disposta, perché nessuno ha capito che avevo scelto di uscire dal ghetto dell’ipocrisia e della rassegnazione. Basta ubbidienza, indulgenza, buone maniere; basta con un matrimonio che di bello aveva soltanto la facciata, con  un figlio incapace di crescere, con amici solleciti quando tu sorridevi, refrattari al pianto e alla compassione. La mia improvvisa svolta, è apparsa a tutti una rivolta assurda, ingiusta, gratuita. Ho sentito intorno a me il disorientamento, l’incredulità, l’incomprensione. La verità non è mai gradita, così come non lo è l’insubordinazione. Si ha paura dell’una e dell’altra, come si ha paura di guardarsi dentro. Così, intorno a me si è fatto il deserto: riprovazione e diffidenza sono tutto quello che ho guadagnato dalla mia rivolta. Gli amici, eh!, gli amici, sono volati via per imbarazzo o paura, come uno stormo di passeri in fuga dalla grandine: rappresentavo una miccia, un esempio pericoloso per equilibri a prima vista saldi, almeno quanto lo era il mio prima che decidessi di farlo saltare. Hai voluto la bicicletta? - mi è stato detto – Pedala, ora.

Da ragazza sognavo l’imprevedibile e l’emozione.  Per tutta la vita ho cercato l’uno e l’altra seguendo le orme su un  tracciato prestabilito, incapace di capire che proprio in questo stava il malinteso. Non si può inseguire l’imprevisto affidandosi alla logica di uno schema precostituito o calcando impronte che non ti appartengono. Meglio avrei fatto a inventarmi le mie, ignorando paure e prudenza. C’è una consolazione, però, in tutto questo ed è constatare che non ho sbagliato, stavolta, scegliendo la libertà che tante donne vorrebbero raggiungere. Quanta miseria in certe vite, in certe unioni schiacciate dal peso dell’impostura e del conformismo! La mia eccentrica posizione mi ha regalato il privilegio di ascoltare le confidenze di donne avvilite che, timorose di un futuro incerto, dello scandalo e dei pregiudizi, o sedotte da un benessere al quale non riescono a  rinunciare, hanno accettato l’ingiuria di un’esistenza  appiattita, senza spiragli, disamorata. Non ne gioisco ma mi conforta sentir filtrare tra le parole il loro rispetto per il mio coraggio. Oggi, però, dalla soglia della mia totale autonomia e dei miei disabitati sessanta anni che aspettano disillusi il  castigo della vecchiaia, mi chiedo se ha avuto più ragione e merito chi, in virtù della sua resa alla prudenza e alla tolleranza, gode della grazia di una compagnia, di un sorriso amico, di una parola affettuosa, o io, sola e libera in questa casa affollata di cose, prigioniera di un silenzio massiccio, di mattine inerti, di giorni senza sapore, di anni senza orizzonte.

Confesso che non lo so, non lo so proprio.

 

 

1° PREMIO SEZ. Narrativa Emergenti

 

Michele Vaccaro

 

Campioni del mondo

 

La diciottesima edizione dei campionati mondiali di calcio s’appresta ad aprire le sue cosmopolite danze sotto i peggiori auspici per quanto concerne i colori nazionali.

Lo scandalo di Calciopoli, abbattutosi come una valanga inarrestabile sull’ambiente, fa presagire oscure trame di ritorsione nei nostri confronti da parte dei signori in doppio petto che governano il calcio internazionale; personaggi ambigui, da sempre custodi intransigenti di valori assoluti quali onestà, lealtà, irreprensibilità in campo e fuori.

Tranne quando si tratti di gonfiare il proprio conto in banca, vero mister Joseph Blatter, presidente della F.I.F.A., compassato gentiluomo elvetico dal cognome troppo simile ad una blatta per essere casuale?

Ma, si sa, les affaires sont affaires, nella vita bisogna operare le opportune distinzioni, che diamine, siamo adulti e vaccinati; lo sport è mosso dal denaro frusciante, non dalle favolette edificanti da raccontare ai bambini per farli addormentare.

Nel Belpaese l’opinione pubblica, indignata, reclama a gran voce la testa del trainer maremmano, grande appassionato di vela, Marcello Lippi, accusato di avere un figlio procuratore con le mani in pasta nella grande abbuffata alla tavola telefonica di “Lucianone” Moggi; del portiere Gianluigi Buffon, reo, questi, di aver giocato bollette su alcune agenzie di scommesse e del capitano Fabio Cannavaro, imputato d’essersi eretto ad avvocato difensore della sua squadra di club dalle maliziose illazioni diffuse dai moderni untori della carta stampata. Ah…che bellezza l’italiano qualunque, l’uomo della strada, sempre pronto a scendere in piazza manifestando il proprio disgusto nei confronti di scandali e scandaletti vari, salvo poi genuflettersi e specchiare il viso nei mocassini lucidati del potente di turno al fine di poter ottenere favori e/o privilegi. Si fa ma non si dice, vero, italianuzzi miei?

Ma, si sa, siamo adulti e vaccinati, le favole lasciamole ai sognatori ed ai fregnoni.

Il nove di giugno, anno di grazia 2006, inizia, ordunque, la rassegna pedatoria planetaria.

Il dodici scende in campo la nostra squadra contro il Ghana. La nazione è spaccata in due: chi tifa e chi gufa. Io tifo e spero, chissenefrega degli scandali, dopo si vedrà, chi ha sbagliato pagherà (forse).

Una staffilata di Andrea Pirlo e la magnifica cavalcata vincente, in ripartenza, di Vincenzo Iaquinta, su break ancora di Pirlo, nella verde prateria del Niedersachsen Stadion di Hannover, ci regalano la vittoria all’esordio. Giochiamo bene ma subiamo più del dovuto l’intraprendenza avversaria. Gli addetti ai lavori sostengono che è normale l’affanno iniziale in questo tipo di competizioni, il team italico se lavorerà sodo e bene avrà certamente ampi margini di miglioramento. La prima è nel carniere, ad ogni modo.

La seconda uscita ci vede opposti, il diciassette giugno, al Fritz Walter Stadion di Kaiserlautern, agli Usa, già battuti a fatica nel mondiale nippo - coreano del 2002. La partita è durissima, non solo sotto il profilo del gioco.

Al gol di testa in scivolata di Alberto Gilardino, su calcio di punizione del solito Pirlo, replica una goffa autorete di Christian Zaccardo. Il match termina 1-1, con le espulsioni di Daniele De Rossi e dei due statunitensi Mastroeni e Pope.

La critica disfattista dà fiato alle trombe, aizzando ancor di più la parte di nazione che ha deciso di mostrarsi scettica per il gioco espresso fino a quel momento dagli azzurri e disgustata dallo scandalo Moggi & C…

Io litigo con un amico il quale sostiene che quest' armata Brancaleone non arriverà lontano nel torneo. Non obietto sul giudizio sibillino, mi riservo semplicemente la facoltà di poter rispondere più avanti. Gli dico di non possedere le sue certezze, che lo invidio alquanto da quel punto di vista. Poi ci salutiamo bruscamente per non salutarci più in futuro.

Ovviamente, nella diatriba, il calcio centra poco o nulla, sarebbe puerile, altrimenti; antiche frizioni, rinnovate da una rivelazione fattami qualche giorno dopo la querelle sportiva da un amico comune, riguardante pettegolezzi in merito ad alcune mie scelte private, questo il vero motivo del personale risentimento, mettono la parola fine ad una frequentazione decennale. Amen.

La terza gara ci vede opposti, il ventidue giugno, alla Repubblica Ceca dell’ex pallone d’oro 2003 Pavel Nedved, attualmente in forza alla Juventus, la società più pesantemente implicata nello scandalo. Una sconfitta ci rispedirebbe a casa con tanti saluti e gran giubilo da parte del mio, ormai, ex amico. Non voglio neppure pensare ad un’eventualità del genere. Mi armo di pop corn e patatine e mi piazzo di fronte al televisore con più di un‘ora di anticipo sull’evento. L’attesa è spasmodica.

Giochiamo così così, però arriva puntuale la sospirata vittoria: 2-0, reti dell’interista Marco Materazzi e del redivivo folletto delle aree  di rigore il milanista  Pippo Inzaghi.  Il tutto nella fantasmagorica cornice del Volkspark Stadion di Amburgo.

Da segnalare, in questa partita, il serio infortunio occorso al forte centrale difensivo Alessandro Nesta, che abbandonerà anzitempo e malinconicamente il proscenio tedesco. Anche questa è fatta, nonostante le innumerevoli avversità incontrate lungo il cammino siamo primi nel girone ed affronteremo negli ottavi la sorprendente Australia del “santone” Guus Hiddink, che ci ha già eliminati quattro anni prima quando era alla guida della rappresentativa coreana del sud.  Gli “aussie”costituiscono un ensamble estremamente insidioso, che ha messo letteralmente paura, in precedenza, ai celebrati campioni brasiliani.

 

Quella con i “canguri” si rivela ben presto una gara ostica, l’ennesima.

I nostri avversari sono inferiori tecnicamente ma corrono come puledri in libertà sul manto erboso del Fritz Walter Stadion di Kaiserlautern.

L’espulsione di Materazzi complica ulteriormente le cose.

Rassicuro la mia famiglia, radunata per l’occasione di fronte al video: “la difesa tiene bene, possiamo vincere, nonostante l’uomo in meno”.

All’ultimo minuto Francesco Totti, “er pupone”, trasforma implacabilmente il penalty assegnatoci per un fallo ai danni di Grosso.

L’inquadratura della regia germanica sui suoi occhi dice tutto: il Francesco nazionale è carico, non può sbagliare.

Mi aspetto la soluzione a cucchiaio, invece è un destro forte e preciso che s’insacca nell’angolino alto alla destra del portiere.

Mentre il ragazzone esulta imitando il gesto del ciucciotto in onore del figlio Christian, nato da poco, la mia esplosione di gioia mista alla tensione accumulata dà l’impressione di far vibrare le pareti del condominio nel quale abito.

Alle ortiche il ritegno, siamo ai quarti di finale.

Ci aspetta adesso, al Volkspark Stadion di Amburgo, l’Ucraina dei due palloni d’oro, l’allenatore Oleg Blokhin, aggiudicatosi il premio nel 1975, all’epoca dell’U.R.S.S., e del milanista in partenza, destinazione Chelsea,  Andrej Shevchenko, che fece suo il cimelio nel 2005. Gran parte degli italiani non crede ancora nella nostra selezione, giudicata sì vincente ma  zoppicante e difensivista.

A me comincia a frullare in testa una certa idea, un pensiero stupendo, ma non dico niente, è ancora prematuro.

Italia - Ucraina termina con il punteggio di 3-0 in nostro favore, con  rete di Gianluca Zambrotta e doppietta di Luca Toni.

E’ il trenta di giugno, una calda serata d’inizio estate che  regala forti emozioni, compresa la dedica finale da parte dei calciatori azzurri a Gianluca Pessotto, “il soldatino”, ex-juventino ed ex- nazionale, suicida mancato qualche giorno prima per motivi al momento non meglio chiariti, giacente in prognosi riservata all’ospedale Le Molinette di Torino, a seguito del volo di circa venti metri effettuato dal balcone della sede societaria del club bianconero, di cui era stato insignito dirigente poco tempo addietro.

Siamo in semifinale, fra le prime quattro del mondo, erano in pochi a crederci alla vigilia, io fra quelli. Penso al mio ex amico…chissà cosa direbbe ora. Anche se la squadra dovesse fermarsi qui lo ha già, nei fatti, abbondantemente smentito.

Io gongolo, ma non mi accontento, come d’altronde i calciatori, stando alle dichiarazioni raccolte a caldo dai media.

Affronteremo adesso i padroni di casa della Germania, i nemici sportivi di sempre, guidati dal giovane tecnico Jurgen Klinsmann, “il californiano”, trascorsi da interista, una partita da far tremare le vene ai polsi. Li abbiamo battuti in tutte le grandi occasioni, ma stavolta è diverso, giocano in casa, col soffio impetuoso di tutta una nazione alle spalle. Tenteremo l’impresa, la nostra retroguardia è solidissima, con Fabio Cannavaro (Juventus), capitano di lungo corso e prode condottiero del vascello italico lungo i mari in tempesta del mese di giugno, trascorso ad inanellare, una dopo l’altra, superlative prestazioni, unitamente alla saracinesca Luigi “Gigi” Buffon (Juventus), al sorprendente Fabio Grosso (Palermo), al “panzer inarrestabile” sulla corsia esterna di destra Gianluca Zambrotta (Juventus) ed al generosissimo ed instancabile centrale Marco Materazzi (Inter), chiamato a raccogliere la difficile eredità, in una zona nevralgica del campo, del grandissimo e sfortunatissimo Alessandro Nesta (Milan), senza dimenticare i valorosi del centrocampo; oltre al già citato Andrea Pirlo (Milan), “ringhio” Gennaro Ivan Gattuso (Milan), a tallonare e mordere i garretti avversari, il “motorino” Simone Perrotta (Roma), il cavalcatore di fascia Mauro German Camoranesi (Juventus), argentino dal passaporto italiano, il grintoso Daniele De Rossi (Roma), i vari Andrea Barzagli (Palermo), Simone Barone (Palermo), Christian Zaccardo (Palermo), Massimo Oddo (Lazio), poco accreditati a giocare dall’inizio delle gare gli ultimi quattro ma sempre pronti e reattivi alla chiamata di mister “Paul Newman”Marcello Lippi, con la consapevolezza, anzichenò, di poter contare su un reparto offensivo di sopraffina e comprovata qualità grazie al rifinitore Francesco Totti (Roma) ed alle bocche da fuoco rispondenti ai nomi  di Alessandro Del Piero (Juventus), Luca Toni (Fiorentina), Alberto Gilardino (Milan), Vincenzo Iaquinta (Udinese) e Filippo “Pippo” Inzaghi (Milan). Da aggiungere, per onor di cronaca, anche gli unici due fra i ventitré selezionati che non hanno mai calcato la superficie di gioco, ovverosia i due portieri di riserva Angelo Peruzzi (Lazio) e Marco Amelia (Livorno). Nemmeno un minuto di gloria per loro, ma sono lì a far gruppo, la  presenza si avverte, eccome, conta molto  questo fattore nell’economia di una competizione così lunga. Il valore aggiunto del nostro combo, però, bisogna dirlo, è costituito certamente dal tecnico Marcello Lippi, ottimamente coadiuvato, fra l’altro, dal suo secondo Narciso Pezzotti.  “Il toscano”fa ruotare tutta la rosa (tranne i  sopraccitati Peruzzi ed Amelia, ovviamente) senza mai sbagliare una sostituzione, neppure a partita in corso; protegge il gruppo, lo responsabilizza, provvede ad infondergli carica agonistica e sicurezza nei propri mezzi. La sua capacità di “leggere” le partite, unita all’intelligenza tattica, all’elasticità mentale nel cambiare continuamente modulo di gioco a seconda delle caratteristiche tecnico-tattico-atletiche degli avversari e senza intestardirsi in soluzioni prestabilite, ne fanno uno degli allenatori più duttili e preparati in assoluto nel panorama internazionale. Completano lo staff azzurro Ciro Ferrara, nelle vesti di collaboratore tecnico, il mitico “rombo di tuono” Gigi Riva, superbomber degli anni ’70, con il grado di dirigente accompagnatore, Ivano Bordon nel ruolo di preparatore dei portieri, Giancarlo Abete quale capo delegazione ed infine Marcello Valentini, con il compito di responsabile delle relazioni esterne.

Nei giorni precedenti il match parte della stampa tedesca invita i propri connazionali a boicottare la pizza, inoltre ci insulta etichettandoci come un popolo di parassiti, papponi, mammoni e camerieri, come se quest’ultima fosse una professione disdicevole.

Incassiamo gli epiteti col sorriso sulle labbra e ci trasferiamo armi e bagagli al Westfalen Stadion di Dortmund, nel cui impianto i “bianchi”  non hanno mai perso nei precedenti quattordici incontri disputati. Per favore, ragazzi, battiamoli questi crucchi razzisti e boriosi, regalateci un sogno. E il sogno arriva, è il quattro luglio. Dopo una gara soffertissima, coronata dalla traversa di Gianluca Zambrotta e dal palo, a portiere battuto, di Alberto Gilardino, Fabio Grosso, grazie ad un appoggio preciso dell’onnipresente Pirlo, indovina la traiettoria vincente ad un minuto dalla fine dei tempi supplementari.  I teutonici accusano il colpo mortale e Alex Del Piero, immediatamente dopo, capitalizzando una lunga sgroppata sull’out sinistro, prontamente servito da “Gila”, gli infligge quello di grazia.Italia - Germania 2-0. Ha arbitrato, senza sbavature di sorta, il messicano Benito Archundia,  già sulla nostra strada nell’incontro con la Repubblica Ceca del ventidue giugno. Trattengo a stento, per pudore, le lacrime di felicità. In tribuna Romano Prodi festante accanto all’attonito Cancelliere tedesco Angela Merkel. Siamo ad un passo dal Paradiso, in finale, a dodici anni di distanza dalla sfortunata gara con il Brasile ad U.S.A. ’94, persa ai rigori fra la disperazione struggente del capitano di allora Franco Baresi. Torno nuovamente con il pensiero al mio ex amico, senza compiacimento, però, adesso ho da dedicare la mia attenzione a ben altro: al sogno atteso lungamente.  Non abbiamo ancora fatto nulla. Stiamo scrivendo la storia, manca soltanto l’ultimo capitolo.

Incroceremo le armi, nell’atto conclusivo della manifestazione con gli “odiati” cugini transalpini, che ci estromisero da Mexico ’86, da Francia ’98 ma soprattutto ci scipparono il titolo agli Europei del 2000, prima con il maledetto gol del pareggio di Wiltord a quindici secondi dalla fine (sic!) e successivamente col letale golden goal del futuro juventino David Trezeguet.

Dopo sei anni quella sconfitta in terra olandese, precisamente in quel di Rotterdam, il due luglio, brucia ancora dentro come un tizzone d’inferno. Da dove è sbucata fuori questa Francia infarcita di “vecchie glorie”, destinata ad una rapida eliminazione, diventata negli anni la nostra bestia nera?!Lo spocchioso Michel Platini ci provoca affermando che li batteremo non prima che siano trascorsi almeno cinquant’anni. Che tristezza, Michel…cosa sei diventato dopo aver appeso i tuoi magici scarpini al chiodo…

Questo mondiale, però, è nostro, lo sento. Disponiamo di un gruppo compatto, saldo in tutti i reparti, come sopra evidenziato.

Rispetto per la Francia, paura nessuna. Nei giorni che precedono la sfida dormo poco e male, tormento gli amici e la mia ragazza per l’apprensione che la partita mi causa. Finalmente si gioca, vada come vada, almeno la smetterò di macerarmi nell’attesa.

Olympiastadion di Berlino, nove luglio 2006, dopo l’esecuzione degli inni nazionali le formazioni contendenti sono schierate a metà campo.Il presidente della repubblica Giorgio Napoletano e la ministra dello sport Giovanna Melandri sono seduti accanto al presidente francese Jacques Chirac. La tensione è palpabile, si può tagliare a fette, bisogna mantenere un minimo di forma, però.

Nella piazza principale della mia città l’amministrazione comunale ha provveduto a far installare un maxischermo, ma per scaramanzia preferisco guardare il match a casa, come ho sempre fatto, questione di scaramanzia.

Pop corn, patatine, coca cola e una quantità indefinita di stuzzicadenti da tenere stretti fra le labbra per stemperare il nervosismo sono i miei compagni di viaggio in quest'afosa serata che, a seconda dell’epilogo, può diventare favolosa oppure tragica.

Fischio dell’arbitro, il 43enne argentino, poeta, Horacio Elizondo,  e si parte, comincia la diciottesima finale mondiale della storia.

Quattro i titoli iridati in campo, tre nostri. La Francia parte aggressiva e conquista un calcio di rigore al settimo minuto con Malouda.

Assumo un’espressione catatonica, Zinedine Zidane trasforma il penalty con un tiro a cucchiaio, alla Totti, la beffa delle beffe.

Non dico nulla, i pensieri mi si congelano. La partita è lunga, ripeto a me stesso, non può finire così, non deve.

Al diciannovesimo minuto pareggia di testa Marco Materazzi, sfruttando abilmente un calibrato  corner di Andrea Pirlo, sempre lui.

Sale in cielo, il buon Marco, e regala un dono divino ai tifosi. Il primo tempo è a nostro appannaggio, siamo ben messi in campo, più incisivi, si può vincere, maledizione, il diavolo francese sembra meno brutto di come lo si è dipinto. Invece il diavolo transalpino è brutto davvero. Nella ripresa i francesi rialzano la testa e cominciano a macinare gioco e chilometri, sfiorando la rete del vantaggio in più occasioni. Si soffre, spezzo senz’accorgermene decine di stuzzicadenti, ma la difesa italiana, grazie ad un immenso Fabio Cannavaro, il muro di Berlino che non è mai caduto, e allo stratosferico Gigi Buffon, regge alla grande l’onda d’urto dei “bleus”. I tempi supplementari concedono appena qualche brivido a fior di pelle da ambo le parti,  le compagini sono visibilmente provate dall’immane fatica fisica e psicologica che la disfida comporta. Improvvisamente si verifica il fattaccio che getterà un’ombra su tutta la gara, fino a quel momento improntata su binari di sufficiente correttezza: una violenta testata di Zidane al petto di Materazzi, reo di aver ingiuriato le donne della sua famiglia, viene punita, dopo una lunga consultazione dell’arbitro con il suo collaboratore di linea, tramite l’estrazione del cartellino rosso, che lascia, così, i “cugini” d’oltralpe in dieci uomini. Il berbero d’origine Zizou chiude la propria straordinaria carriera in un modo decisamente inverecondo. A capo chino abbandona il rettangolo di gioco passando accanto alla coppa sistemata ai bordi del campo senza nemmeno sfiorarla con lo sguardo. E’ un segno del destino. L’Italia si ritrova in superiorità numerica nei restanti dieci minuti, ma non accade nulla di rilevante. Il trofeo si assegnerà, accidenti, ai calci di rigore, atavica iattura per noi italiani, che dal dischetto abbiamo tanto lacrimato. Inizia la sequenza dei tiri dagli undici metri. Preferisco volgere lo sguardo altrove, l’enorme tensione accumulata nei centoventi minuti mi regala crampi allo stomaco e leggere vertigini. Non voglio guardare, l’ennesima sconfitta in quella spietata lotteria mi prostrerebbe, rovinandomi irrimediabilmente la seconda metà dell’estate. Ripeto a me stesso che non possiamo perdere, lo sento. Sono teso e fiducioso allo stesso tempo. Osservo le espressioni dei nostri atleti scelti per tirare, poi guardo Gigi Buffon. Sono concentrati, tranquilli, ce la possiamo fare, dai. Stringo i pugni e chiudo gli occhi quando Andrea Pirlo si porta sul dischetto: magico Andrea, con quell’aria assonnata tipica di chi si è appena alzato dal letto, sontuoso architetto delle pallonare geometrie italiche, mettila dentro quella maledetta palla.  Ed è goal!!!  Pirlo goal!!!

Tocca adesso alla Francia tirare. Il predatore del sogno europeo 2000, Wiltord, posiziona la sfera e realizza con freddezza la rete del 2-2. E’ la volta di Marco Materazzi, il gigante difensivo tanto discusso in patria ed all’estero a causa di certe entrate ritenute poco ortodosse sugli avversari, splendido sostituto di Alessandro Nesta, nonché autore di due magnifiche ed importanti  reti rispettivamente alla Repubblica Ceca e, proprio stasera, alla Francia.  Non tradirci, Marco, segna per noi. Goal!!! Materazzi goal!!!

Italia-Francia 3-2. Trezeguet stampa il pallone sulla traversa e le mie urla si sentono probabilmente a qualche centinaio di metri di distanza. De Rossi sul dischetto, il De Rossi aspramente criticato per una gomitata allo statunitense Mc Bride, pagata con la comminazione di quattro giornate di squalifica, roba da rivedere il Mondiale solo in occasione della finale. Figurarsi, la finale.

Ed invece è lì, presente all’atto conclusivo della manifestazione mondiale, che si appresta addirittura a calciare un rigore della massima importanza. Proprio lui, il ragazzone romano rissoso, intemperante, nervoso, è chiamato al suo esame di maturità. Con  personalità e consumato mestiere Daniele De Rossi fa rotolare la palla alle spalle di Barthez. Italia-Francia 4-2. Il pensiero stupendo comincia a prendere corpo, ma non si può dire ancora, bisogna attendere. E’ il turno di Abidal, che fa il suo dovere segnando.

Italia-Francia 4-3. Mancano ancora quattro rigori complessivi, ci basta realizzare i due nostri. “Achille” Alex Del Piero, considerato un elemento ormai alla frutta, una sorta di ruota di scorta buona per tutte le occasioni, a dispetto del notevole talento, dopo la rete della sicurezza contro la Germania si appresta ad apporre, si spera, il sigillo più importante in una pur già gloriosa carriera.

E “Achille” non sbaglia. Con maestria gonfia la rete dell’antipatico portiere francese. Italia-Francia 5-3.

Comincio davvero a credere nell’impresa, accidenti. Col fiato sospeso assisto al tiro di Sagnol. Rete, dannazione. Italia-Francia 5-4.

L’ultimo tiro dal dischetto spetta a Fabio Grosso, “romano de Roma”, una lunga militanza nelle categorie inferiori e poi il grande salto nella massima serie, giunta in tarda età e coronata dalla convocazione in nazionale; successivamente il mondiale, la finale, il rigore decisivo, roba da annichilire anche il più integralista dei monaci tibetani. Ho ancora negli occhi e nelle orecchie la sua corsa a perdifiato dopo la segnatura realizzata ai tedeschi in semifinale e la frase urlata a se stesso ed al mondo intero: “non ci credo, non ci credo, non ci credo”. Magico Fabio, Grosso davvero, è tutto nel tuo piede sinistro, adesso. Ora e qui. Noi ci voltiamo dall’altra parte, fai tu.  La palla s'insacca nel “sette”alla sinistra di Barthez ed io non so spiegare cosa ho fatto in quel momento, probabilmente la stessa cosa di tutti gli italiani: gridare a squarciagola  e piangere a dirotto come un bambino. Abbiamo vinto, è superfluo l’ultimo rigore francese. Non lo tirano nemmeno. Italia - Francia 6-4. L’arbitro Elizondo porta il fischietto alla bocca ed il triplice fischio sancisce la fine delle ostilità. Il mitico Nando Martellini, nella notte madrilena dell’11 luglio 1982 urlò dai microfoni della RAI la frase “campioni del mondo” per tre volte, tanti  quanti erano in quel momento i trionfi mondiali. Noi adesso la gridiamo quattro volte: “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”.

Gridiamo anche per te che hai sofferto e gioito da lassù, buon vecchio Nando, piazzato di fronte al maxi schermo installato nel cielo.

Noialtri, per una volta, ci raduniamo idealmente sotto la cascata di coriandoli che scendono lenti nella notte nibelunga e cantiamo, tutti assieme ed abbracciati stretti, l’inno di Mameli. Più tardi sciameremo in strada a festeggiare. Domani torneremo ad essere gli italiani di sempre, ma questa è un’altra storia. Joseph Blatter non ci ama e sparisce improvvisamente dal comitato di premiazione.

Lo sostituisce il presidente U.E.F.A, lo svedese Lennart Johansson, con l’ausilio di Franz Beckenbauer, il padrone di casa.

Forse mister Joseph avrebbe preferito consegnare personalmente la coppa del mondo nelle mani del suo fraterno amico tedesco, il “kaiser Franz”, presidente del comitato organizzatore dell’evento, nonché vicino di sedia in qualche cena esclusiva e riservata, ma… noblesse oblige, caro Sepp, forse è proprio vero che nella vita non si può avere tutto. Sul podio anche Guido Rossi, il commissario straordinario della F.I.G.C, chiamato poche settimane prima al gravoso compito di traghettare la federazione fuori dal pantano delle tante illegalità che l’hanno vista impelagarsi profondamente. Fabio Cannavaro solleva la coppa nel cielo sopra Berlino.

Un pezzetto è anche tuo, Gianluca Pessottino.

Vorreste sapere che cosa ha detto dopo l’apoteosi il mio ex amico?

Non posso esaudire la vostra richiesta, non l’ho più rivisto.

 

 

 

 

 

 

 

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