premio2007_premiati


 

 

 

 

 

1° PREMIO Sez.Speciale  Poesia

 

DANIELA COSTANTINI

 

La carezza di un Angelo

 

Un vecchio albero nel bosco

è tanto caro al mio cuore.

Da un tempo ormai molto lontano

c’è scolpita una data;

un tempo in cui tutti i miei sogni

erano colorati di rosa

perché erano sogni… sogni di sposa.

Arrivammo in quella radura

perché un Angelo aveva già scritto

il nostro destino

e così sulla dura corteccia

scolpisti la data del nostro primo incontro.

Son trascorsi tanti anni e tu ora hai Ali d’Angelo.

Oggi, seguendo invisibili orme,

son tornata in quel sentiero mai dimenticato

per ritrovare il ricordo di quel tenero amore.

Nel fruscio delle foglie nel vento

ho sentito una lieve carezza…

un tocco gentile mi ha sfiorato leggero,

un tocco colmo di antiche memorie.

Con un brivido accarezzo la vecchia corteccia

dove è scolpita quella data d’amore.

Vorrei poter tornare indietro nel tempo,

ma sento di nuovo il tocco dell’Angelo

che mi prende per mano

sussurrando dolcemente che quel sogno

è ormai troppo lontano.

Una cosa però lui sa’…

sa che porterò per sempre quei momenti nel cuore,

nel mio cuore colorato di rosa

che cullava sogni di sposa…

Ho riconosciuto quel tocco gentile

che la mano mi sfiora: una volta aveva tanto vigore

e scolpì quella data… quella data d’amore.

 

 

 

2° Premio

 

Antonio Covino

 

‘na jurnata nova

 

Ogge è ‘na jurnata nova

vulesse j’ a truvà a mammà,

spero tanto ca nun chiove

o si no comme se fa.

Addò è ghiuta mo ‘e casa

ce sta sulo cielo apierto,

cu ‘o profumo d’’e mimose

però essa sta ô cupierto.

Nu viale ‘e urmetelle,

e de cércole addirose,

songo tutte casarelle

ca me pareno pertose.

Tutte rose attuorno attuorno

e giardine culurate,

sta esposta a miezz’juorne

ma è nu poco ventecata.

Si nun fosse p’ ‘o cipresso

e pecchè me vene ‘o chianto,

mamma mia nun ce paresse

ca sta ‘e casa ô campusanto.

 

 

3° Premio

 

Lara Zen

 

P|R|I|G|I|O|N|E

 

Ascoltare il tuo silenzio

nella monotona quiete

di un giorno qualunque

fra parole mai dette,

allusioni scoperte..

Calare il sipario

su ricordi sbiaditi,

dar voce ai rimpianti,

soffocare i rimorsi…

e ritrovare in una fotografia

gli attimi perduti

di una mai scritta poesia.

Mentre i ricordi

mi legano al letto,

inchiodata

a fissare un soffitto

che si fa

sempre più vicino

quasi a soffocare

ogni mio ingenuo pensiero.

E volano nel vento

fotogrammi ingialliti,

echi di voci

ormai lontane,

vola il mio amore

che più non ha

un cuore dove approdare.

E vola via

anche la speranza

che affido ormai

solo alla divina provvidenza.

 

 

 

 

1° PREMIO Sez. Narrativa Speciale

 

Maria Giovanna Tarudda

 

E  sono sessanta

 

 

E sono sessanta. Ventunomilanovecento giorni, uno sull’altro, a partire da quello, di fine febbraio, quando, in un mattino di cielo nevoso, ho aperto gli occhi sul mondo salutata dal sorriso inappagato di mia madre, scontenta  di quel parto che non le aveva dato il maschio sospirato. Quel sorriso deluso sembra avermi scortato per tutta la vita.

Potessi ricominciare daccapo sapendo tutto ciò che oggi so! Lo so che non è possibile, ma è quello che mi dico quando sono costretta a prendere atto che la vita mi ha addestrato alla delusione. Eh, sì, perché io da piccola non ero così, amara con me stessa e con gli altri, ingenerosa e apatica. Ero una bambina ubbidiente e tranquilla, accomodante e allegra. Non volevo cancellare del tutto il sorriso stentato di mia madre, contenta di questa figlia che rivelava la gioia cantando a squarciagola, gli occhi persi dietro sogni lievissimi, per lei delle chimere: tutta la mia esistenza si sarebbe snodata come nastro vaporoso in un cielo di seta. Ero contenta di essere al mondo nonostante le privazioni e le ristrettezze. Non mi toccavano. Spettava a mia madre angustiarsene, il mio compito era quello di non crearle problemi. Per questo ero sempre arrendevole e rispettosa, docile anche se i rospi pesavano in gola. Mi sforzavo di essere, in ogni occasione, esattamente quello che lei si aspettava. Capivo istintivamente che cosa voleva da me e mi conformavo. Anche troppo, anche da adulta, e questo è, probabilmente, all’origine dell’avvilita scontentezza che oggi fa compagnia ai miei giorni velati. Può darsi che la memoria mi giochi qualche scherzo, ma, davvero, i miei primi dieci anni s’affacciano alla mente senza che una nube ne oscuri lo splendore. E’ probabile che non sia andata esattamente così, forse preferisco  ricordare solo il buono che c’è stato e cancellare tutto il resto.

La fanciullezza. Eh, già, la fanciullezza. Un misto di eccitazione smaniosa, di malinconie improvvise, di ansie impazienti. Ricordo l’inquietudine, la curiosità, lo smarrimento per la scoperta del mio corpo che, assecondando leggi che non conoscevo, m’imponeva un inatteso inspiegabile cambiamento. Confusa, non sapevo se esserne orgogliosa. Mi sentivo molto vulnerabile. Mi vergognavo dei rossori improvvisi e degli sguardi obliqui sul mio seno nascente. Tarpavo tutto, seno e sentimenti, sotto vestiti ampi e un’aria disinvolta. Ma bruciavo, dentro, di piacere e di pudore: m’inorgogliva vedere che il mio corpo accendeva uno sguardo ma quando questo si faceva  insistente e indiscreto sentivo uno sgradevole imbarazzo che mi spingeva a comprimere quei rigonfi incontenibili. Solo col tempo ho imparato ad accettarli, compiaciuta, anzi, del mio corpo, improvvisamente conquistato da una sinuosa morbidezza. All’epoca, il mio orizzonte era solo rosa: l’amore, i figli, un matrimonio felice, una larga cerchia di amici. In più, la tranquillità economica, i viaggi, i  divertimenti… tutto quello, insomma, che mia madre, domata da un destino ingordo di rimpianti, non aveva avuto. In parte, e da principio, è stato proprio così, ma, ora, eccomi qui, a distanza di sessanta anni da quel gelido giorno di fine febbraio, a fare i conti con la solitudine ed i miei cospicui fallimenti. Che cosa non ha funzionato, se ho applicato le regole, nonostante l’istinto mi suggerisse il contrario? Ho avuto quasi tutto: un marito, un figlio, amici. Lo studio mi ha affrancato dalla povertà, l’intelligenza e la curiosità dall’ignoranza. L’amore, o quello che ho scambiato per tale, mi ha dato l’illusione della felicità. Con tutti sono stata, senza sforzo apparente, paziente, ragionevole, premurosa e cordiale. E, tuttavia, oggi sono qua, sola, a festeggiare (festeggiare?) i miei sessant’anni lottando con i rimpianti, ragionando sugli errori, contando il tempo che mi resta, limitato e improduttivo rispetto a quello ormai consumato, traboccante di opportunità, eluse per star dentro i parametri di un’esistenza assennata. Donna, non potevo che sposarmi e fare figli. Donna, non potevo che essere moglie e madre, disponibile per tutto e con tutti. La professione, invece, solo un optional, al quale dedicarmi nei vuoti del tempo consacrato alla famiglia. Ma ci sono, per una donna, tempi vuoti, in famiglia? Un peccato è all’origine della mia condizione, il peccato della mortificazione spinta all’estremo, per compiacere gli altri, negandomi deliberatamente percorsi poco comuni che mi avrebbero portato in un’altra direzione. Pur con l’intima aspirazione alla diversità, pensavo che adattarsi fosse la strada giusta per riprodurre in famiglia l’agiato tepore delle case borghesi. E, invece, tutti, per anni, hanno fatto man bassa di una disponibilità accordata insensatamente. Dopo, era troppo tardi per ribellarmi. Chiudevo occhi e bocca davanti all’egoismo e all’invadenza, consentendo che tempo ed energie, desideri e sentimenti, progetti ed ambizioni fossero divorati da chi furbescamente riteneva dovuta la mia condiscendenza. Tiravo avanti assestando il mio ritmo e la mia volontà su quelli altrui, mentre l’insoddisfazione montava come panna. Allevata nel culto della dedizione e del decoro, temevo lo scandalo, l’instabilità, la riprovazione. Non potevo sfasciare tutto in nome di una sofferenza che nessuno avrebbe capito. Che cosa mi mancava? Avevo tutto: una famiglia, un lavoro, la tranquillità economica, un certo prestigio sociale.  E, tuttavia, non ero felice. Non era colpa di nessuno, la mia segreta irrequietudine; era solo mia, la responsabilità del rifiuto a dissentire, a rivendicare spazi che, per quieto vivere, avevo ceduto a chi mi stava intorno. Io, avevo voluto  quella vita rinunciataria, ingannata da un miraggio cui mi sforzavo di dare consistenza. Ma, alla fine, lo scontento mi ha fatto a pezzi, obbligandomi ad una resa dei conti spietata: se volevo stare bene, dovevo riprendermi la vita, scremare, scegliere, dividere il grano dal loglio di un’esistenza giocata sul fraintendimento, mio e degli altri. Era quello che avrei dovuto fare fin da principio, togliendomi la maschera dell’indulgenza e dell’amabilità, impedendo a muso duro interferenze ed  abusi, anche se non sapevo quanto mi sarebbe costato. Questo dovevo fare, se volevo salvarmi. Potevo farcela ancora, se imparavo a riprendermi il credito che avevo svenduto per paura di censure e di conflitti, se praticavo, infine, un sano egoismo chiudendo i varchi lasciati incustoditi. L’ho fatto e ho pagato più di quanto ero disposta, perché nessuno ha capito che avevo scelto di uscire dal ghetto dell’ipocrisia e della rassegnazione. Basta ubbidienza, indulgenza, buone maniere; basta con un matrimonio che di bello aveva soltanto la facciata, con  un figlio incapace di crescere, con amici solleciti quando tu sorridevi, refrattari al pianto e alla compassione. La mia improvvisa svolta, è apparsa a tutti una rivolta assurda, ingiusta, gratuita. Ho sentito intorno a me il disorientamento, l’incredulità, l’incomprensione. La verità non è mai gradita, così come non lo è l’insubordinazione. Si ha paura dell’una e dell’altra, come si ha paura di guardarsi dentro. Così, intorno a me si è fatto il deserto: riprovazione e diffidenza sono tutto quello che ho guadagnato dalla mia rivolta. Gli amici, eh!, gli amici, sono volati via per imbarazzo o paura, come uno stormo di passeri in fuga dalla grandine: rappresentavo una miccia, un esempio pericoloso per equilibri a prima vista saldi, almeno quanto lo era il mio prima che decidessi di farlo saltare. Hai voluto la bicicletta? - mi è stato detto – Pedala, ora.

Da ragazza sognavo l’imprevedibile e l’emozione.  Per tutta la vita ho cercato l’uno e l’altra seguendo le orme su un  tracciato prestabilito, incapace di capire che proprio in questo stava il malinteso. Non si può inseguire l’imprevisto affidandosi alla logica di uno schema precostituito o calcando impronte che non ti appartengono. Meglio avrei fatto a inventarmi le mie, ignorando paure e prudenza. C’è una consolazione, però, in tutto questo ed è constatare che non ho sbagliato, stavolta, scegliendo la libertà che tante donne vorrebbero raggiungere. Quanta miseria in certe vite, in certe unioni schiacciate dal peso dell’impostura e del conformismo! La mia eccentrica posizione mi ha regalato il privilegio di ascoltare le confidenze di donne avvilite che, timorose di un futuro incerto, dello scandalo e dei pregiudizi, o sedotte da un benessere al quale non riescono a  rinunciare, hanno accettato l’ingiuria di un’esistenza  appiattita, senza spiragli, disamorata. Non ne gioisco ma mi conforta sentir filtrare tra le parole il loro rispetto per il mio coraggio. Oggi, però, dalla soglia della mia totale autonomia e dei miei disabitati sessanta anni che aspettano disillusi il  castigo della vecchiaia, mi chiedo se ha avuto più ragione e merito chi, in virtù della sua resa alla prudenza e alla tolleranza, gode della grazia di una compagnia, di un sorriso amico, di una parola affettuosa, o io, sola e libera in questa casa affollata di cose, prigioniera di un silenzio massiccio, di mattine inerti, di giorni senza sapore, di anni senza orizzonte.

Confesso che non lo so, non lo so proprio.

 

 

1° PREMIO SEZ. Narrativa Emergenti

 

Michele Vaccaro

 

Campioni del mondo

 

La diciottesima edizione dei campionati mondiali di calcio s’appresta ad aprire le sue cosmopolite danze sotto i peggiori auspici per quanto concerne i colori nazionali.

Lo scandalo di Calciopoli, abbattutosi come una valanga inarrestabile sull’ambiente, fa presagire oscure trame di ritorsione nei nostri confronti da parte dei signori in doppio petto che governano il calcio internazionale; personaggi ambigui, da sempre custodi intransigenti di valori assoluti quali onestà, lealtà, irreprensibilità in campo e fuori.

Tranne quando si tratti di gonfiare il proprio conto in banca, vero mister Joseph Blatter, presidente della F.I.F.A., compassato gentiluomo elvetico dal cognome troppo simile ad una blatta per essere casuale?

Ma, si sa, les affaires sont affaires, nella vita bisogna operare le opportune distinzioni, che diamine, siamo adulti e vaccinati; lo sport è mosso dal denaro frusciante, non dalle favolette